di Antonio Purpura

La crisi economica globale più grave del dopoguerra lascia sul campo una Sicilia in ginocchio, ricacciata in coda in tutte le classifiche sullo sviluppo economico e sul welfare.

Che fare? Qui non si tratta di mettere in campo proposte generiche, anche suggestive, che diano soluzioni soltanto apparenti ai problemi più urgenti. Il “reddito di cittadinanza” rientra fra queste, perché al di là della sua problematica sostenibilità finanziaria, rimane uno strumento che potenzialmente aggrava le cause della crisi, sia quelle materiali che le altre, non trascurabili, di natura comportamentale. Piuttosto si tratta di porre mano a una politica che affronti le cause strutturali della crisi e provi a ricostruire – perché di questo si tratta – i motori della crescita economica regionale.

In questo quadro, è importante agganciare la ripresa economica che sembra avviata, pur se con segnali flebili e per molti aspetti incerti, facendo perno sui settori produttivi che negli anni della crisi hanno evidenziato una sorprendente resilienza, e quindi l’industria agroalimentare, le attività tradizionalmente legate alla fruizione turistica (servizi ricettivi, ristorazione, loisir) e quelle emergenti nell’ambito delle industrie culturali e creative. Ma questo non basta. Occorre rimettere in piedi un sistema produttivo che nei suoi “motori” fondamentali – industria, agricoltura e servizi per il mercato – appare oggi quasi sotto la “soglia critica” della sussistenza e della riproduzione.

L’industria in senso stretto, dopo aver perso oltre il 39 per cento della sua capacità produttiva rilevata nel 2000, fornisce oggi appena il 7,4 per cento del prodotto interno lordo regionale. Occorre recuperare il respiro strategico, se non proprio il modello, della industrializzazione del Mezzogiorno degli anni ’60 e ’70. Alcuni segnali positivi ci sono. E li ha lasciati proprio il governo in uscita. Mi riferisco in particolare alla reintroduzione del vincolo che impone di destinare al Mezzogiorno il 34 per cento della spesa ordinaria in conto capitale delle amministrazioni centrali e all’istituzione delle Zone economiche speciali (Zes) che dovrebbero porre basi nuove e solide alla politica di attrazione degli investimenti.

Su questi strumenti sarebbe opportuna una attenta riflessione anche a scala regionale, per definire le modalità con cui gli stessi possono essere raccordati con i contenuti, in parte ancora da specificare, della politica industriale che la Regione si accinge ad attuare attraverso i Fondi strutturali 2014-2020, sia europei che nazionali.