di Antonio Calabrò

Cambia, la Sicilia? Ma certo. Molto lentamente, però. Forse, un po’ troppo lentamente, anche rispetto al resto d’un Mezzogiorno comunque in movimento. L’estate 2017 consegna, ancora una volta, un’immagine dell’Isola con colori molto contrastanti. Tra fasti riscoperti e vecchie e nuove povertà. Tra timidi segnali di crescita economica, nel solco d’un Paese che vede il Pil 2017 crescere dell’1,5% (più del previsto, meno che nel resto d’Europa). E ammonimenti della Svimez: il Mezzogiorno recupererà i livelli pre-crisi solo nel 2028, dieci anni dopo il resto del Paese e la Sicilia sarà tra le più lente.

C’è tutto un mondo, come sempre, tra la luce e il lutto. Conflitti e contraddizioni. Guardando da lontano e con affetto, non si può non dare ragione all’analisi, pur provocatoria, di Gaetano Savatteri nelle pagine di “Non c’è più la Sicilia d’una volta”, Laterza, la Sicilia cioè del Gattopardo, dell’irredimibilità e degli stereotipi negativi. Guardando da vicino e con indispensabile senso critico, invece, emergono fatti e dati che continuano a essere allarmanti.

Vediamo meglio. Partendo proprio dai dati Svimez: nel 2016 il Pil nazionale è cresciuto dello 0,8%, in Campania del 2,4% (ruolo trainante di industria e turismo), in Puglia dello 0,7%, in Calabria dello 0,9% e in Sicilia appena dello 0,3%. Nel 2017 le previsioni dicono che il Pil nazionale crescerà, come abbiamo visto, dell’1,5% e quello del Sud dell’1,1%, sempre con ruolo trainante della Campania. Commenta Adriano Giannola, presidente Svimez: “Tecnicamente il Sud è fuori dalla recessione ma a questa velocità rischia di ricadere nella stagnazione”.

Una sintesi acuta la fa Salvatore Butera, economista competente con sguardo storico: il Pil pro-capite siciliano è di 17mila euro, rispetto alla media nazionale di 26mila e ai 35mila euro della Lombardia, il doppio cioè che in Sicilia. C’è sempre, insomma, una radicale differenza di capacità di produrre ricchezza e di reddito. La forbice s’allarga, tenendo anche conto degli effetti dell’emigrazione di risorse intellettuali e competenze (sempre la Svimez nota che negli ultimi 15 anni il Mezzogiorno ha avuto una perdita netta di oltre 700mila persone, di cui 200mila laureati).

La Sicilia perde energie. Ci sono storie interessanti di rientri e di permanenze, di nuove imprese, di dinamismo creativo, cui dare spazio e sostegno. Ma le grandi tendenze dicono d’una crescita del divario, non solo tra Nord e Sud, ma anche tra alcune aree del Sud e altre. E la Sicilia non ne esce bene. Guardiamo altri dati e fatti. La stagione turistica, aperta dalle feste mirabolanti di Dolce&Gabbana ai primi di luglio a Palermo (450 ricchissimi ospiti da tutto il mondo, la città in straordinario lustro sui media internazionali) ha dati record di presenze.

E tutto fa pensare che il fenomeno continui (ci sono significative testimonianze sull’aumento delle vendite immobiliari nei centri storici di Palermo, Siracusa, Ragusa, Scicli, Noto, come tendenza alla valorizzazione del patrimonio culturale da parte di turismo di alto livello e lunghe permanenze). Ma restano le antiche strozzature, infrastrutturali e di servizio, che rallentano il contributo positivo che il turismo può dare allo sviluppo economico.

“La ricchezza della Sicilia è stupefacente… ma l’Isola attrae un decimo dei turisti delle Baleari… le strutture ricettive in grado di ospitare turisti ad elevata capacità di spesa sono rarissime e concentrate in poche località… la crescita del settore si basa su vantaggi competitivi fragili e servirebbe invece rafforzarli e incentivare gli investimenti esteri”, sostiene Max Bergami, economista dell’università di Bologna, esperto di sviluppo territoriale. (IlSole24Ore, 20 agosto). Anche da questo punto di vista, le cose vanno meglio che non all’inizio degli anni Duemila. Ma si lavora ancora poco e male sulle risorse che già ci sono.

A novembre la Sicilia andrà a votare, per eleggere il presidente della Regione e i deputati dell’Assemblea regionale. Delle questioni economiche c’è però scarsa traccia nel dibattito pre-elettorale. Si potrebbe e dovrebbe discutere di qualità della spesa pubblica, di buon governo contro corruzione e pericoli di presenza mafiosa (Cosa Nostra è tutt’altro che scomparsa), di “crisi” o “tradimento” o “riforma” dell’Autonomia, magari intervenendo nella discussione nazionale su opportunità e limiti dei “poteri speciali”, proprio mentre la Regione Lombardia ha lanciato per l’autunno un referendum su un maggior ruolo e autonomia di risorse e poteri. Niente di tutto ciò, invece.

Nel torrido agosto s’è dibattuto molto di nomi di candidati e di alleanze, non di progetti e contenuti. Alla ripresa d’autunno, altrove, da Milano a Torino, da Bologna a Verona, i ceti dirigenti parlano d’economia e sviluppo, opere pubbliche e grandi progetti di riqualificazione urbana (aprire o no i vecchi Navigli milanesi, per ricostruire il volto di “città d’acqua”, accanto ai grattacieli hi tech delle archistar?). E in Sicilia? Continua a fare caldo…