di Antonio Calabrò

Come e quanto cresce, l’Italia? In molti sostengono che il Pil (il Prodotto interno lordo, la ricchezza di industrie, agricoltura e servizi) non è più un indice soddisfacente e che invece bisogna affidarsi ad altri strumenti di misurazione, come il Bes (il Benessere equo e sostenibile, calcolato da cinque anni in Italia dall’Istat) che misura ambiente, salute, istruzione, cultura, sicurezza.

E soprattutto tra gli economisti s’afferma l’opinione che vada seguito l’Indice di sviluppo umano, caro all’Onu e “figlio” delle elaborazioni di Amartya Sen, premio Nobel per l’economia nel 1998. Guardiamo qualche numero, allora. “La ripresa accelera: il triangolo della crescita è tra Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto”, nota il Corriere della Sera, citando il +6 per cento della produzione industriale veneta e il +5 di quella lombarda. “Cresciamo a ritmi cinesi”, sostiene il presidente della Piccola Impresa di Confindustria Alberto Baban.

Le statistiche, sempre sulla produzione industriale, documentano come le tre regioni del Nord tengano il passo con le aree europee più dinamiche, come la Catalogna e il Baden-Württemberg. Milano è l’economia più dinamica: tra il 2014 e il 2017 è cresciuta del 6,2 per cento, rispetto al 3,6 della media italiana e allo stesso 5,1 della Lombardia. E guardando alla stagione precedente alla crisi del 2008, ha recuperato tutto lo spazio perduto ed è sopra del 3,2 per cento, mentre l’Italia è ancora indietro del 4,4 e la Lombardia dell’1,1.

Crescono i servizi e l’industria. Vanno bene i settori legati all’istruzione, alla salute, alla cultura. Tutto sommato, Milano è la migliore economia del Paese. Può fare da locomotiva, ma a condizione che anche tutto il resto dell’Italia ritrovi una solida dinamica di crescita, tra Europa e Mediterraneo. È la vera scommessa politica, in questi tempi post-elettorali così incerti.

Le indicazioni economiche del Nord valgono anche per il Mezzogiorno, dove la crescita è più lenta. Più che affidarsi a illusioni di redistribuzione di spesa pubblica, bisogna generare un circuito virtuoso di investimenti, pubblici e privati, in agricoltura e industria alimentare, manifattura di qualità, turismo. E valorizzare la leva della qualità del capitale umano. Anche per evitare che continui a emigrare. E renda il Mezzogiorno ancora più fragile e povero.