Ficus, tassi, ulivi, castagni, querce: in Sicilia vivono migliaia di straordinari esemplari di alberi. Veri e propri monumenti che dobbiamo difendere a ogni costo

di Maria Laura Crescimanno

L’ultimo grande gigante verde siciliano scoperto dai botanici palermitani in ordine di tempo si trova intrappolato tra il cemento dello Zen, a Palermo, in un agrumeto privato in fondo Reitano. Un ficus immenso, secondo solo a quelli di piazza Marina e dell’Orto Botanico, con una chioma che getta la sua ombra su 1.400 metri quadri di superficie e che magari intralcia altre attività in un quartiere complesso e sovrappopolato della caotica periferia palermitana. Grazie alle segnalazioni di privati preoccupati che potesse essere potato o vandalizzato nei possenti rami, la notizia è arrivata sino alle stanze dei botanici dell’Università di Palermo al lavoro nel dipartimento in via Archirafi. La Sicilia non è dotata, né negli assessorati preposti, né nell’Azienda delle Foreste demaniali, di un ufficio o di personale specializzato che si occupi di interventi specifici di tutela.

Ma quanti sono e dove si trovano i grandi giganti siciliani, in alcuni casi plurimillenari testimoni viventi della nostra storia, da proteggere e da ammirare come fossero monumenti in tutta la loro bellezza, non soltanto per l’ età e le dimensioni, ma anche per il valore storico e paesaggistico? E quanti sono in pericolo? E chi non ha pensato in cuor suo: e se potessero parlare? I più noti sono ormai diventati i simboli della natura e dei luoghi, come l’esotico Ficus di piazza Marina a Palermo, testimone del celebre omicidio di mafia del poliziotto Joe Petrosino. Protagonista dell’iconografia dei viaggiatori e dei paesaggisti ottocenteschi del Grand Tour, è invece il castagno dei Cento Cavalli sulle pendici dell’ Etna nel comune di Sant’ Alfio. Il gigante registra due record al suo attivo: potrebbe essere l’albero più vetusto d’ Italia con i suoi duemila e più anni, ma anche il più grande d’ Europa, se si assume valida la circonferenza dei tre alberi insieme, di cinquanta metri, e l’altezza di ventidue.

A guardare l’inventario redatto nel 2013 dagli esperti dell’ Università di Palermo e Azienda Foreste demaniali riferito a 430 individui censiti, i più numerosi sono gli ulivi pluricentenari: 350 esemplari di cui molti nel territorio palermitano e messinese tra Tusa, Pettineo e Caronia, ma anche nella Valle dei Templi di Agrigento e dintorni. Dove non mancano continue scoperte che allungano la lista del censimento, ma anche le curiosità: nel giardino della Colymbetra, ad esempio, si nasconde un raro boschetto di mirto, la pianta sacra alle divinità greche.

Impossibile raccontarli tutti, anche se tutti hanno una loro storia. Sulle Madonie, così come nel bosco di Ficuzza, si trovano almeno duecento alberi centenari tra querce, frassini e roverelle, mentre sulle alture nel centro della Sicilia un centinaio tra carrubi, sughere ed olivi centenari vivono in aree poco frequentate dal turismo, nel bosco di San Pietro, di Niscemi o nei dintorni di Caltagirone. Curiosità, il mandorlo più grande di Sicilia si trova a Milena, nel nisseno, mentre il corbezzolo più vecchio vive nel parco della villa romana del Casale di Piazza Armerina in provincia di Enna.

Sono i parchi naturali dell’ Etna, Madonie e Nebrodi i maggiori custodi del nostro patrimonio vegetale monumentale: antichissima come formazione è il bosco di tassi, la tassita delle Caronie, dove vivono i giganti velenosi, conosciuti anche come alberi della morte. Si chiamano così perché al loro interno viene prodotta una tossina che ha un effetto narcotizzante molto potente. Oltre due millenni fa il legno del tasso, particolarmente flessibile, longevo e resistente, era usato per costruire archi e frecce, scagliate contro gli animali da caccia. D’altronde basta pensare a Shakespeare, e al suo Amleto, il cui padre fu ucciso a causa di un liquido iniettatogli nell’orecchio e proprio a base della sostanza estratta dall’albero.

Non lontano svettano gli aceri montani e i cerri solitari, a confronto dei quali l’ uomo è un nano delle fiabe. Sul versante di Randazzo si trova il faggio campione d’ Italia, mentre a Linguaglossa, nel bosco di Ragabo, il pino laricio caro ai catanesi che lo chiamano per nome, “U zappinazzu”. Cresce in un giardino privato nel territorio di Milo la ginestra più grande dell’Etna, alta almeno trenta metri. E l’ elenco potrebbe ovviamente continuare.

Ma il punto è: chi protegge e valorizza questi straordinari esseri viventi? “In Sicilia – spiega Rosario Schicchi, botanico e agronomo, direttore dell’ Orto Botanico di Palermo, -verso la fine degli anni Novanta l’ex dipartimento di Scienze botaniche dell’Università di Palermo iniziò a censire i grandi giganti verdi, per conoscerne le reali condizioni vegetative e avviare una forte azione di sensibilizzazione”. Il risultato è riassunto in un volume dal titolo “I grandi alberi di Sicilia” edito dall’ Azienda Foreste demaniali, che contiene una selezione di cento schede identificative dei più rappresentativi patriarchi verdi e una sezione fotografica davvero eccezionale. Scorrono tra le pagine di grande suggestione gli ulivi, seguiti da carrubi, querce, roverelle, tassi, abeti, faggi, aceri, castagni, frassini, pini, pioppi, lecci, betulle e cipressi ma anche mirto e biancospino, mandorlo, ginestra e perastro che hanno nei secoli caratterizzato il paesaggio naturale montano e collinare dell’ areale mediterraneo. E non mancano tra i testi aneddoti, miti e leggende che, come gli alberi stessi, resistono al passare del tempo.

Ma in base a quali parametri un albero si definisce monumentale? Non solo per le dimensioni del tronco e della chioma – spiega il professore Schicchi – ma anche per età, forma, rarità botanica, importanza paesaggistica e storico-culturale in quanto testimone di eventi e protagonista di miti e leggende. Parametri definiti dalla legge nazionale 10 del 2013, che indica per ogni singola specie quali sono i più adatti interventi di tutela. A oggi di piante che rientrano nella categoria di monumentali in Sicilia ne conosciamo circa 1900, un numero che è sempre in crescita grazie alle segnalazioni dei cittadini. Il tema della sensibilizzazione generale ci sembra fondamentale per tutelare questo straordinario patrimonio vivente”. L’équipe di botanici palermitani sta lavorando al secondo congresso nazionale che si terrà, con workshop sul campo aperti a tutti, a giugno prossimo. “Andremo nel territorio del parco delle Madonie – continua lo studioso – dove vive la roverella più grande d’ Italia, in contrada vallone dell’ Inferno, così come nel bosco di agrifoglio di piano Pomo a Castelbuono, dove le piante si sono fuse insieme per l’ azione del vento”.

I Giganti centenari, la cosa è nota, sono minacciati costantemente dagli incendi e spesso dall’ incuria dei terreni attorno, oltre che da malattie come il cancro o la carie. A prendersene cura, operazione molto delicata e complessa, sono a volte i privati quando ricadono nelle loro proprietà, oppure, con notevoli carenze di risorse, gli enti Parco, gli enti locali o le associazioni. “Non temiamo tanto per i cambiamenti climatici perché alberi che hanno raggiunto diverse centinaia d’ anni hanno imparato ad adattarsi, la maggiore minaccia è piuttosto l’ abbandono e le vicine specie invasive. Più la pianta è in buone condizioni vegetative, meglio reagirà a parassiti e malattie, ma anche ad animali che possono danneggiare l’apparato radicale di superficie”, spiega ancora il professore Schicchi.

Ogni anno nei ricorrenti incendi estivi si perdono alcuni giganti verdi, come l’anno scorso i magnifici ulivi secolari tra Pollina e Castelbuono. Attorno agli alberi monumentali andrebbero poi eliminate le specie non autoctone come pini o eucalipti introdotti in Sicilia sino a trent’anni fa. “L’Azienda Foreste demaniali, su nostra richiesta – conclude – ha fatto alcuni interventi recenti su quindici giganti delle Madonie, ma manca un piano complessivo regionale di tutela a seguito di un programma di conservazione al quale l’Università potrebbe contribuire con il data base accumulato negli anni”. Nel frattempo, si possono ammirare, e perché no, anche abbracciare. Si chiama “silvoterapia” e – provare per credere – cura mente e corpo.