di Salvatore Savoia

Palermo ammonito, penitente e grato. È questo il titolo di una breve opera del grande storico siciliano Antonino Mongitore, dedicata al violento terremoto che nel settembre del 1726 segnò il volto di Palermo e della costa nord della Sicilia.

Un raro e prezioso piccolo libro, che volle dedicare “all’Augustissima Imperadrice del cielo e della terra, che col validissimo braccio Suo sostenne gli edifici cadenti”, ma soprattutto un geniale documento della cultura barocca in Sicilia, costantemente in bilico fra la descrizione più dettagliata, persino morbosa, di quanto accadde ed una visione degli eventi in chiave punitiva. Questo terremoto – scrive don Antonino – “dee aversi a conto d’ammonizione divina, e non di gastigo, perché mandato da Dio a correger la vita licenziosa de’malviventi, e non a punirli secondo il merito de’peccati, essendo chiarissimo esserne stato cagione lo sdegno divino, non una semplice causa naturale.”

E prosegue così l’implacabile Mongitore raccontando come “alcun tempo prima del terremoto manifestò il Signore a’suoi servi lo sdegno concepito contro la città di Palermo, e che il lusso, le ingiustizie, la libertà , le chiese, e feste profanate e l’abuso della Divina Misericordia, avessero acceso di giusto furore la Divina Maestà”. Par di vedere la scena che si presentava nelle chiese semidiroccate, sotto la luce tremante delle candele, laddove una folla di anime disperate – quelle salvatesi, e le altre sullo sfondo – si faceva inondare da parole tremende, da ammonizioni orribili, da minacce di cataclismi. Come se, per i più, la vita non fosse già una tragedia e un cataclisma.

Il racconto, pagina dopo pagina più cupo e agghiacciante, ci parla di tale Colonnello Kinter Rott, Regio Castellano, che temette come “da quel prodigioso folgore attaccarsi il fuoco alla polvere di munizione”, fin quando “all’ore quattro della notte meno cinque fu scossa tutta la città da spaventevol terremoto, che agitò con veementissimo dibbattimento non meno il suolo e gli edifici della città”. Il racconto continua impetuoso con la descrizione di case poggianti in parti fangose, con la narrazione di navigli traballanti o affondate nel porto, “dell’urlo disperato degli animali delle campagne vicine che con alti mugiti strepitando si dispersero spaventati”.

I danni occorsi ai vari quartieri della città storica, da quello di Santa Cristina a quello di Sant’Agata, da quello di Santa Ninfa a quello di Sant’Oliva, in un continuo e morboso elenco di disgraziati crollati dall’alto di giacigli di fortuna o salvatisi per intercessioni celesti, o perché pentitisi di vite scellerate o perché beneficiari di speciali benedizioni di santi protettori. Non diversa dovette sembrare, malgrado i tre secoli trascorsi, la scena che nel 1968 si presentò ai soccorritori di un grappolo di paesini dimenticati del Belice, sprofondati una fredda domenica di gennaio in una tragedia che mise a nudo non solo le fragilità del territorio ma soprattutto l’esistenza, malgrado l’arrivo della televisione e dell’automobile, ed a distanza di venticinque anni dalle rovine della guerra, di miserie che in tanti ignoravamo o volevamo ignorare.

La prima scossa, all’ora di pranzo, trovò mezza Sicilia a tavola, qualcuno magari fresco di memorie delle abbuffate di fine anno. Poi, di colpo, il telegiornale – quello che mancò a Mongitore – e ci trovammo tutti trascinati in un film in bianco e nero, con le dolenti immagini di una Sicilia che avevamo dimenticato, quella delle case costruite come si poteva e come si era sempre fatto, quella delle vecchie vestite di nero e dei carretti solo parzialmente soppiantati da qualche Seicento multipla, quella delle grandi Matrici e dei presuntuosi palazzetti di antichi baroni dimenticati. E tutto era venuto giù, ricoprendo di pietre e polvere le storie di tante vite perdutesi tra fragili mura di intonaco bianco, colorate di azzurro solo per proteggersi dalle mosche.

Così la Sicilia dello stereotipo per una volta prevalse su tante illusioni di progresso raccontate dalla politica e con empietà ci fece rientrare in arcaici racconti di dolore ed in resoconti di strazianti recuperi di corpi. In quelle fredde notti di cinquant’anni fa la polvere ed il silenzio – talora scandito da visite ministeriali o dalle utopie di progettisti insani – rapidamente ricoprirono quella vallata, la stessa che era stata solo lambita, pochi anni prima, da vecchi fantasmi gattopardiani, con improbabili sogni, anch’essi, di recuperi di glorie non più utilizzabili.

Leonardo Sciascia si soffermò su Montevago, tra tutti i villaggi il più povero: “Tra i paesi che nella notte dal 14 al 15 gennaio sono stati distrutti dal terremoto, senza dubbio Montevago è quello che più ha colpito il sentimento del mondo ed è diventato simbolo e sinonimo del tragico avvenimento che si è abbattuto su una zona della Sicilia già abbastanza provata dal secolare travaglio della miseria, del sopruso, della violenza. Per tante ragioni: il numero delle vittime principalmente; ma non ultima quella del nome – Montevago – che improvvisamente trovò contrapposizione di atroce ironia nella totale rovina, nel cumulo di macerie che era diventato tomba di cento e più persone. Nessuno, fuori della Sicilia, sapeva dell’esistenza di un paese chiamato Montevago, al confine tra la provincia di Agrigento e quella di Trapani. Paradossalmente, il paese cominciò ad esistere nel momento in cui, sotto la zampata di una belva immane, finiva di esistere”.