di Antonio Calabrò

Elogio della concorrenza. O meglio ancora, della competizione, ricordandone l’origine: dal latino cum petere, muoversi insieme verso un obiettivo comune. E questo obiettivo è fornire ai cittadini (non solo ai “consumatori” o ai “clienti”) prodotti e servizi migliori. Competizione, dunque, non come guerra del più forte, ricerca del vantaggio (del profitto) ad ogni costo e con ogni mezzo. Ma come confronto con uno sguardo comune: il benessere e la qualità della vita delle persone. Dunque competizione, comunità, economia civile, economia circolare. L’economia del “cum”. Insieme.

Non sono un gioco semantico, queste considerazioni. Tutt’altro. Fanno parte di una riflessione critica sull’esperienza dell’economia italiana ed europea. E possono fornire utili indicazioni di ripresa anche per quelle aree, il Mezzogiorno, che continuano ad accusare un forte divario, economico e sociale, rispetto alle regioni ricche d’un più intenso dinamismo economico. Milano, la Lombardia, il Nord.

Vediamo meglio. L’Istat, nell’indagine sulla crescita nel 2016, mostra come il dato del Mezzogiorno (0,9% di aumento del Pil) sia allineato alla media nazionale. Un buon dinamismo. Che dovrebbe ripetersi nel 2017 e probabilmente migliorare. Ma che naturalmente non colma affatto lo squilibrio che, serie storica a parte, s’è aggravato anche in tempi recenti. Il reddito pro-capite meridionale è il 66% di quello italiano, un buon terzo in meno. E rispetto al 2007, l’anno precedente all’inizio della Grande Crisi, il Pil del Sud nel 2015 era più basso di 12 punti e di 7 punti appena nel Centro Nord. Crescono, insomma, le aree dove operano imprese eccellenti e innovative, con forte propensione all’export e dunque esposte alla competizione internazionale. Arrancano, tra vecchi mali e nuovi squilibri, le zone del Paese, Sicilia compresa, in cui mercato e imprese restano mortificati, in difficoltà.

Vale la pena ripetere le considerazioni fatte nello scorso numero del “Gattopardo”: “Più burocrazia, meno crescita economica e sociale. Più spesa pubblica per impieghi, sussidi, clientele e parentele, meno sviluppo equilibrato”. La Grande Crisi sembra oramai alle spalle. Anche se parecchi economisti scrivono di una radicale modifica dei cicli economici, nel cuore di una “stagnazione secolare”, almeno per i paesi dell’“area Ocse”, le nazioni di più antica industrializzazione.

Di certo, stanno cambiando culture, ragioni e dinamiche della produzione e degli scambi, nella contraddizione stridente tra tendenze neo-nazionaliste e protezioniste (le politiche di chiusura di Trump negli Usa, la Brexit, i movimenti anti-Europa) e diffusione rapida delle tecnologie digital che tra big data, cloud computing e trasformazioni da industry 4.0 presuppongono mercati aperti e scarse barriere fisiche e tecnologiche. Mercati, appunto.
Imprese, lavoro, ricchezze, stanno nell’area del cambiamento.

Il protezionismo ha corto respiro (le resistenze delle imprese più innovative contro Trump ne sono conferma). Tira aria di “statalismo”, è vero. In Italia, la legge sulla concorrenza fatica a vedere la luce (è approdata al Senato, dopo più di due anni e mezzo di discussioni e via vai di altre tre letture nei rami del Parlamento). Si torna a ritenere che lo sviluppo economico stia nelle mani dello Stato, dipenda dagli investimenti pubblici. Si confida in dazi, protezioni, sussidi. Si chiedono salari garantiti e “redditi di cittadinanza”, mortificando il valore del lavoro e dell’impresa. Ma sono ricette populiste effimere, fragili.

La via d’uscita dalla crisi resta in un riformismo intelligente che insiste su innovazione, formazione, premio al merito, intraprendenza, stimoli alla mobilità sociale, sguardo lungo sul mondo in cambiamento. La “società aperta” teorizzata da Karl Popper, filosofo della scienza. L’economia aperta d’un “liberalismo ben temperato”. Il mercato, naturalmente, non è un “assoluto”, un dato ideologico, una leva che produce infallibilmente del bene in sé. Ma è una relazione. Un prodotto sociale. Che va regolato, controllato, governato per compensarne “i fallimenti”. Ripensato.

E vale la pena riflettere sulla lezione di Jean Tirole, premio Nobel per l’economia nel 2014, quando parla di “Economia del bene comune” (è il titolo del suo ultimo libro, per Mondadori) e ricorda che “l’interesse individuale non garantisce sempre il buon funzionamento della società. Dobbiamo disegnare istituzioni che facciano in modo che gli individui producano del bene agli altri. I fallimenti del mercato, come per esempio le diseguaglianze e la mancanza di solidarietà si possono anzi si devono correggere”. Sfida politica e culturale, dunque.

Non contrapponendo “lo Stato” al “mercato”. Ma definendo politiche che facciano funzionare al meglio il mercato, riequilibrandone le storture: le riforme necessarie per modernizzare e migliorare l’esperienza radicata in Europa della “economia sociale di mercato” e del welfare State. Tito Boeri, economista di gran peso e presidente dell’Inps, in “Populismo e Stato sociale”, Laterza, scrive pagine illuminanti. Nel segno del cum petere, appunto.