di Maurizio Carta

Nel 2013 a Palermo fu piantato un seme, la candidatura della città a Capitale Europea della Cultura 2019. Il dossier fu preparato con cura attraverso un lungo lavoro di coinvolgimento della cittadinanza e di esperti, di istituzioni, imprenditori, associazioni, studenti e testimonial. La candidatura non passò nemmeno la prima selezione, con grande delusione di tutti coloro che vi parteciparono e della cittadinanza che ci credeva.

Molti dissero che quel seme era di cattiva qualità, infertile e mal seminato. Non era così, come capita in agricoltura quel seme aveva trovato un terreno duro (le criticità della città non ancora risolte) che ne aveva compresso la capacità di germogliare. Ma il seme era buono, forte, rigoglioso e, lentamente, ha spaccato il terreno, frantumandone la resistenza, producendo le crepe da cui filtravano l’acqua e la luce necessarie alla sua germogliazione.

Quel seme conteneva il germe della partecipazione, il nucleo della visione a lungo termine e l’energia delle politiche culturali. Quel seme parlava dei giovani e del mare, utilizzava i diritti umani come molecola di sviluppo e ridisegnava una città senza recinti e separazioni. Quel seme, testardo e forte, è germogliato e ha dato frutti in seguito: nel 2015 la World Heritage List dell’Unesco per il patrimonio arabo-normanno (insieme a Monreale e Cefalù), nel 2017 Capitale Italiana dei Giovani e nel 2018 Capitale Italiana della Cultura e sede di Manifesta 12, la Biennale internazionale nomade di arte contemporanea.

Di quel seme dobbiamo ancora avere cura perché diventi frondoso albero e dia succosi frutti e quindi altri semi, perché tutta Palermo possa germogliare come quel “giardino planetario” che dà il titolo a Manifesta. Una città in cui la diversità vegetale è alimento di quella culturale, in cui la varietà sociale genera ricchezza architettonica e in cui la creatività urbana produce sapienze manifatturiere, cibi e stili di vita, in una continua metamorfosi cosmopolita.

Palermo è oggi laboratorio del progetto di futuro di una città contemporanea che voglia fare della cura dei beni comuni il suo carattere distintivo. E può insegnare molto anche ad altre città meridionali che vogliano essere aperte al mondo e materne con le comunità che le abitano, agendo per agopunture che sappiano diramare i loro effetti in una visione più ampia. Città che non abbiano più un solo centro, perché dalle periferie oggi vengono sia domande di cura che potenti segnali di innovazione sociale, di ribellione civica, di nuovi modi di abitare e di lavorare.

Dobbiamo ricomporre i conflitti tra città e mare, ma anche tra sotterraneo ed aereo. Perché Palermo può essere percorribile nei qanat, nei cunicoli dei Beati Paoli, nei rifugi antiaereo o nelle cisterne sotterranee di Pier Luigi Nervi, come Parigi, ma anche dalle terrazze, dai tetti e delle torri, come Istanbul. Questa per me è la sfida più seducente del 2018: reimmaginare Palermo – e con essa le altre città siciliane – come città che torna ad avere cura del futuro, mentre Palermo reinterpreta il ruolo di Capitale Italiana della Cultura.