di Antonio Calabrò

Più burocrazia, meno crescita economica e sociale. Più spesa pubblica per impieghi, sussidi, clientele e parentele, meno sviluppo equilibrato. Sta qui, ancora una volta, la chiave per poter costruire pur fragili ipotesi di ripresa del Mezzogiorno. Troppo potere pubblico, poca impresa privata produttiva e competitiva. Ha un visto sbilenco, così, l’Italia.

Vista da una Milano in cui pubblica amministrazione e imprese private dialogano e collaborano, entrambe nel nome del “buon governo” (espressione d’antiche radici, proprio adesso che si celebrano i 300 anni dalla nascita di Maria Teresa d’Austria, protagonista del “riformismo illuminato” di cui ancora in Lombardia si ama risentire l’eco). O vista, in tutt’altra ottica, da una Sicilia in cui Regione e Comuni fanno fatica ad approvare bilanci, progettare e realizzare investimenti, attrarre industrie, mettere in moto una dinamica economica che, proprio attraverso la libertà d’impresa, produca ricchezza, lavoro, robusta coesione sociale.

Si soffre sempre di più, da parte dei cittadini, una burocrazia inefficiente, chiusa in se stessa, ostile a ogni riforma. E si pagano prezzi troppo alti per una classe dirigente che, proprio in gran parte del Mezzogiorno, soffoca l’economia con una distorta spesa pubblica. Una classe dirigente che merita l’appellativo irridente di “asinocrazia”, per riprendere la sferzante definizione di Giovanni Sartori, maestro di studi politici, gran liberale, morto all’inizio dello scorso aprile.

Sartori parlava delle classi dirigenti della politica italiana, nella lunga stagione della crisi dei partiti. E non per disprezzo della politica, tutt’altro. Ma perché aveva, proprio della buona politica democratica, un’alta opinione e ne soffriva il degrado, di relazioni, competenze, capacità d’ascolto, d’indirizzo, di governo. Chi conosce il Paese sa che la caduta di qualità della politica è generale. Ma nelle aree del Nord, a stretto contatto con la competizione internazionale ed europea, l’ambiente sociale ha dinamiche diverse.

La politica (adesso, la cattiva politica) non è prevalente. Le culture territoriali vivono un pur difficile confronto tra comuni, regioni e imprese e sviluppando una dialettica ma anche una collaborazione che rende tutti più liberi: la pubblica amministrazione dalle pressioni delle imprese in cerca di protezioni e sussidi, le imprese da governanti e burocrati dominanti pronti a scambiare spesa pubblica e protezione clientelare con consenso.

Viviamo tempi cupi in cui trionfa “la mediocrazia”, per dirla con l’efficace titolo d’un recente libro di Alain Deneault, filosofo politico canadese: “Una qualità modesta…”, “uno stato medio tendente al banale, all’incolore…”. E “la mediocrazia è tale stato medio innalzato al rango d’autorità”. La crisi è, naturalmente, fenomeno di portata internazionale, strettamente legato alle modifiche della geopolitica, degli scambi, degli interessi economici. E Giulio Azzolini, filosofo politico, in “Dopo le classi dirigenti”, offre un’acuta lettura della “metamorfosi delle oligarchie nell’età globale”.

La quotidianità del discorso pubblico banalizzato chiede alle classi dirigenti “onestà” o “competenza”. Qualità necessarie per governare. Ma la questione è molto più complicata. Le classi dirigenti non si sono sbriciolate nella cosiddetta “società liquida”. Esistono ancora, ma sono molto più opache, capaci di influenzare interessi dei governi e dei poteri locali in modo molto meno trasparente. Tecnocrazie. Grandi organizzazioni finanziarie. Non coese, semmai, tra loro e al loro stesso interno conflittuali. Ma comunque potenti, convergenti sui grandi interessi, protagoniste di quello che Raymond Aron chiamava “il fatto oligarchico”. Sempre più spesso estranee alle tradizionali strutture e culture delle democrazie liberali.

Ecco qua la sfida: tra oligarchie senza controllo e istituzioni democratiche, partiti, organizzazioni di massa, classi dirigenti che non siano corporazione e ritrovino credibilità. Dovunque, da Bruxelles a Roma, da Milano a Palermo. A Milano, però, il confronto tra Comune e Assolombarda (sui dati della crescita, la qualità dei servizi, l’efficienza delle strutture pubbliche di sanità o trasporto, gli stimoli per innovazione, ricerca, formazione di capitale umano, accoglienza, coesione sociale, intraprendenza) e i paragoni costanti con l’andamento delle altre grandi città europee fanno da stimolo critico continuo. E le classi dirigenti della politica, dell’economia e della cultura sono continuamente messe reciprocamente alla prova (una relazione difficile, contraddittoria talvolta, comunque conflittuale; ma aperta).

Nel Mezzogiorno, invece, la sfida sulla qualità delle classe dirigenti è ancora più acuta. Perché in assenza di dinamiche alimentate da attori sociali diversi e autonomi (i poteri pubblici locali, le imprese, il “terzo settore” che viva di servizi e non di finanziamenti pubblici senza adeguate verifiche), è proprio la politica del buon governo a soffrirne. E la burocrazia si arrocca sempre più in casta.