di Giuseppe Barbera

I semi neri, protetti da un batuffolo di sottili peli bianchi che il vento che scendeva dalle Ande aveva liberato da frutti simili a pere, furono raccolti all’inizio dell’Ottocento nel corso della spedizione di Otto von Kotzebue, navigatore tedesco e cacciatore di piante al soldo dello Zar. Erano prodotti da un albero tanto stravagante da essere considerato meritevole di essere diffuso negli orti botanici e nei giardini aristocratici.

Ludwig Choris, appassionato disegnatore, lo descrisse così bene che se ne conquistò il nome e la specie fu nota come Chorisia speciosa. I fiori giustificarono l’uso dell’aggettivo latino (speciosus, bello e appariscente). I lunghi e flessuosi petali e i colori (bianco, crema, viola e rosa) che insieme li dipingono, rimandano a una leggenda indigena che raccontava di fiori originariamente candidi, come le lacrime di una principessa separata dal fidanzato, che divennero rosati quando la giovane donna seppe della morte del suo amato.

Originari del Sudamerica, gli alberi crescono lungo le fiumare e le depressioni delle regioni subtropicali, dove non si raggiungano temperature particolarmente basse e l’acqua non ristagni. In tal caso le radici marcirebbero, mentre hanno bisogno di ossigeno per bene approfondirsi. Quando il suolo è asfittico e compatto, le portano in superficie, fino a fuoriuscirne. Non temono la siccità. L’acqua la serbano all’interno di tronchi che crescono a dismisura: ingrossano alla base, con una specie di pancia che dà loro il nome di albero bottiglia o più maliziosamente palo borracho, albero ubriaco. Altre bizzarrie vegetali si aggiunsero a sollecitare la curiosità degli esploratori. La corteccia si fende in sottili strisce che mostrano tessuti ancora verdi di clorofilla. Avrebbe attirato il morso degli erbivori se la natura non l’avesse premunita di grandi spine coniche che ricoprono interamente il tronco, utili anche a tenere lontane le scimmie arboricole attratte da foglie e fiori.

In Europa mostrò di adattarsi solo agli ambienti protetti delle serre, ma in Sicilia trovò posto all’aria aperta. Subito ne colse l’occasione, per arricchire la collezione di piante esotiche, l’Orto Botanico di Palermo che negli anni venti li utilizzò per affiancare un grande viale con un’alberatura che, nell’irregolarità disordinata, sembra rafforzare l’epiteto “ubriaco” degli alberi che la compongono. L’Orto voleva anche valutare la possibilità di utilizzare la lanugine bianca dei semi per usi industriali come avviene per quella del kapok; specie simile ma diversa, tanto che al nostro è attribuito il nome volgare di falso kapok. Lungo il viale dell’Orto, ogni esemplare è diverso dall’altro: fiori multicolori che mai sbocciano contemporaneamente a quelli della pianta vicina e, anzi, alcune portano solo foglie o si riservano di fiorire su una porzione limitata della chioma con grande, presumibile, confusione dei colibrì (in America) o dei pappagallini verdi (all’Orto Botanico) che li impollinano.

La ragione della diversità sta nel fatto che nella discendenza si uniscono insieme i capricci della ricombinazione genetica che accompagna la propagazione per seme (per cui i figli son diversi dai genitori) con quelli che derivano dall’ambiente di nuova coltivazione. Per avere piante uguali, bisognerebbe ricorrere –cosa possibile- all’innesto, prelevando le gemme da un esemplare prescelto per caratteri di pregio. Dovrebbe essere il presupposto per diffondere l’uso della Ceiba speciosa (perché nel frattempo i botanici le hanno cambiato nome) come alberatura stradale.

Si otterrebbero piante di uguale forma, sviluppo e caratteri biologici. Ma non sarebbe ancora sufficiente perché anche il suolo dovrebbe, prima dell’impianto, essere reso percorribile in profondità dalle radici per evitare mostruosi sollevamenti dei marciapiedi. Comunque rimarrebbero i rischi delle grandi spine e dei fiori carnosi e viscidi che, come bucce di banane, causano capitomboli pericolosi. Insomma, le Chorisie, o falsi Kapok o Ceiba, sarebbero ben contente (e noi con loro) se gli dedicassimo gli spazi larghi e sicuri dei giardini e non le angustie dei marciapiedi.