di Santo Piazzese

Di Joshua Ferris, scrittore originario del Midwest, avevo letto qualche anno fa Svegliamoci pure, ma a un’ora decente, un romanzo che conteneva una strana storia che aveva per protagonista un dentista politicamente corretto, dalle nevrosi multiple e differenziate. Una storia a tratti esilarante come il gas anestetico usato proprio dai dentisti. Con il procedere della trama si apprendeva qualcosa sull’oscuro (almeno per me) popolo degli amaleciti, vera o falsa che fosse.

E a lettura ultimata risultava arduo riuscire a fare a meno del filo interdentale. Quasi a livello di una tossicodipendenza.
Dato il precedente, ero curioso di leggere l’ultimo libro di Ferris edito in Italia, Invito a cena (Neri Pozza ed., trad. Ada Arduini), una raccolta di undici racconti, in prevalenza dedicati al rapporto di coppia uomo-donna. Storie all’apparenza mini-maliste, fili che per un lungo tratto si svolgono senza nodi nello spazio e nel tem-po, vite che si direbbero incanalate a percorrere itinerari prefissati da qualcun altro, dalle curve dolci, privi di asperità, qua e là per l’America, in quartieri resi-denziali le cui abitazioni esibiscono talvolta cassette postali in forma di tricheco e sono a prova di uragano e in cui vige, come scrive l’autore, un certo grado di “promiscuità geriatriche”. Una normalità che vela il nulla quotidiano delle loro esi-stenze.

Ovviamente, dietro la facciata, cova una realtà fattuale dissimulata nell’illusione autoindotta che si stia vivendo nel migliore dei mondi possibili. A svelarla crudamente è l’imprevisto, sotto le sembianze di piccoli accidenti che sembre-rebbero banali ma che innescano lo stesso meccanismo della palla di neve dei cartoni animati, che rotolando per un pendio finisce col provocare una valanga inarrestabile. Come nel caso del primo racconto, che dà il titolo alla raccolta: l’in-vito a una cena che non sarà mai consumata, un logoramento alla Aspettando Godot, e che avvierà un processo che prende le sembianze di un’ultima cena esistenziale, il finale di partita di una relazione coniugale, di uno statu quo che sa di insipienza da Mulino Bianco.

In questo, come negli altri racconti, è quasi sempre la componente femminile a innescare il sovvertimento, e nella dialettica del rapporto uomo-donna è il ma-schio della specie a uscirne il più delle volte con le ossa rotte, fino a implorare sui marciapiedi cittadini una risposta alla propria assillante esigenza di capire cosa è accaduto, mentre i passanti contemplano “lo spettacolo di un’altra vita in fiam-me”.

La sequenza dei racconti è una progressiva messa a nudo della fragilità ma-schile. Niente di nuovo sotto i soli delle letterature, si potrebbe pensare. Ciò che fa la differenza, come sempre, è l’autore. Nell’annosa – e talvolta stucchevole – disputa sulla prevalenza tra contenuto e forma nella narrativa, Ferris si inserisce tra gli scrittori che rendono superfluo il dibattito. Le sue sono storie di spessore, che evocano categorie letterarie d’altura, schivando didascalismi e scorciatoie, ma ricorrendo a una scrittura di qualità, sorvegliata, spesso energetica, mai eccessiva.

Invito a cena
Jeoshua Ferris
Neri Pozza, 2017
Pag. 238 – 17,00 Euro