di Paolo Inglese

Mi è capitato sottomano il bellissimo libro di Emma Alaimo, ormai di quasi cinquanta anni fa, sui proverbi siciliani anche in campo agricolo e alimentare. Un florilegio di idee, di saggezza che il naturalista castelbuonese Minà Palumbo e Giuseppe Pitrè, nel 1880, raccolsero in un corpus straordinario. Prima di loro Giusti aveva raccolto i proverbi toscani molti dei quali affini a quelli siciliani.

Un ponte tra vita sociale e religiosa e pratiche agricole e alimentari quotidiane, di valore universale. Per esempio, di febbraio si può dire L’acqui di Fivraru inchiu lu granaru. Chiaro no? Se piove a febbraio ci si può aspettare un buon raccolto di grano. Al contrario, Jinaru siccu, Burgisi riccu. Come dire che la pioggia di gennaio, quando il seme del grano ancora non germina, è utile più alle erbe spontanee che al cereale. E, in effetti, Si Fivraru non fivria, Marzu erburia, cioè se febbraio Menzu duci e Menzu amaru, non fa quello che ci si aspetta da lui e non è il mese di pioggia che dobbiamo aspettarci, allora niente grano ma tante erbe (per carità non chiamiamole erbacce!).

E poi, arriva, o dovrebbe arrivare, la primavera, ma Frivaru nun finisci si lu mennulu un fiurisci anche se, ahimé, i proverbi non potevano prevedere gli effetti del cambiamento climatico! La saggezza popolare ci dice, quindi, che anche quest’anno dobbiamo avere speranza che, dopo mesi di pioggia assente ai limiti della siccità africana, marzo ci restituisca alla normalità. Ma sperare non basta, occorrono politiche di grande attenzione per la raccolta, il consumo, l’uso attento e razionale dell’acqua, programmazione nella distribuzione, in anni in cui anche i proverbi rischiano di dettare regole che rischiano di essere obsolete. Come dire: Cu bonu semina, megghiu arricogghi e Cu mali ha siminatu, resta poviru e gabbatu. Che poi vuole anche dire progettate bene e ne raccoglierete il frutto. Vale per l’agricoltura, ma anche per la politica, l’amministrazione, la vita personale di ognuno di noi!

Riflettendoci, però, viene da pensare che di proverbi ormai non c’è più quasi traccia nella nuova civiltà agricola, quella nata dalle grandi rivoluzioni scientifiche, economiche e sociali e quindi culturali che hanno segnato la fine, lenta ma inesorabile, della civiltà contadina. Come non pensare che i consigli per gli acquisti, gli slogan della pubblicità, i twitter siano forse i proverbi di oggi? Meno saggezza, meno bellezza e più marketing? La differenza è che l’agricoltura, come l’alimentazione non genera conoscenza, ma la subisce.

Allora, quale tipo di cultura agricola e alimentare stiamo oggi costruendo e quanto di quello che oggi si racconta e si fa, sarà cultura di domani, dal punto di vista agricolo, alimentare, antropologico. Insomma quali fenomeni stanno nascendo e si stanno sviluppando oggi capaci di diventare un riferimento profondo delle future generazioni? Noi, figli o comunque eredi di una plurimillenaria cultura agroalimentare e gastronomica abbiamo non solo il dovere di conservare, ma di continuare a costruire tradizioni che siano solide o, se più vi piace, che siano più resilienti. Forti dell’orgoglio e di una storia di bellezza.

E se poi volete un vero consiglio alimentare allora, che dire: Carni fa carni, pani fa panza e vinu fa danza, ma ricordate non c’è mugghiu salsa di la fami. Buon appetito, allora.