di Giuseppe Barbera
Fotografie di Margherita Bianca

Non confondiamo il paesaggio con il bel panorama, i vasti territori, l’ambiente ecologico. Non riduciamo in parti ciò che è indivisibile: la complessità della natura fisica e biologica, gli spazi sconfinati allo sguardo, i segni dell’uomo sempre più spesso in forma di disarmoniche ferite.

Non facciamolo in Sicilia, perché non capiremmo il paesaggio di cui siamo autori ma anche attori e sprecheremmo, perdurando nel suo cattivo uso, la vitale necessità di difenderlo e farlo diventare, conoscendolo meglio, un valore culturale ma anche ecologico ed economico. Siamo ricchissimi di paesaggi, incomparabili per numerosità e diversità con quelli di ogni altra regione. Impregnati di memorie storiche, letterarie, artistiche partecipano come tessere di un mosaico che tiene insieme campi e boschi, laghi e fiumi, coste e montagne, città e industrie; una cornucopia di piante e animali di habitat ed ecosistemi.

Trecento generazioni di uomini li hanno, con sudore e ingegno, disegnati, modificandoli continuamente. Hanno iniziato, da cacciatori e raccoglitori nomadi, bruciando gli alberi dei boschi per dare spazio agli animali, alle erbe e ai frutti selvatici e poi si sono trasformati in agricoltori, selezionando le specie vegetali più idonee, allevando gli animali più docili. Il racconto della transizione all’agricoltura o, che è lo stesso, agli insediamenti stabili dei villaggi, è conoscibile grazie agli studi degli archeologi e, in particolare, di quella parte di essi, i paleobotanici, che attraverso resti vegetali, pollini, semi o carboni, ricostruiscono paesaggi remoti.

In Sicilia l’hanno recentemente fatto per il lago di Pergusa, nei pressi di Enna, componendo la storia millenaria del piccolo bacino e dei suoi margini naturali o coltivati. L’evoluzione di un paesaggio, la raccontano anche le arti e, più in fondo ancora, i miti che dicono del rapporto primitivo tra la natura e la cultura. A Pergusa, “ombelico della Sicilia”, Plutone rapisce Core mentre coglie fiori e la trascina, giù per una voragine che si apre in una grotta in cima all’area archeologica di Cozzo Matrice, negli inferi fin quando, per le furie della madre Demetra, non sarà liberata e la Sicilia ricompensata con il dono dell’agricoltura.

Un paesaggio culturale continuamente modificato dagli usi e dalle percezioni. Nell’ultimo secolo una bonifica fascista, poi un villaggio rurale e quello turistico e negli anni Cinquanta un circuito automobilistico che come un cappio isola il lago dal contesto ambientale e paesaggistico. Una passeggiata lungo prati e nastri d’asfalto è sorprendente tra canneti e uccelli migratori, vecchie architetture, sogni di modernità, boschi lussureggianti, tratti di vegetazione ripariale che sopravvivono tra villette di cemento e stupefacenti architetture postmoderne. Si comprende con che profondità nel tempo si sia trasformato il paesaggio siciliano e ci si domanda cosa ne sarà in futuro.