di Giuseppe Barbera

L’assurda storia delle palme di Piazza Duomo a Milano, accusate (e bruciate) perché simbolo di “africanizzazione” a prescindere da ogni valutazione estetica, rimanda alla paura verso gli invasori migranti: piante, animali o uomini che siano. Storie che da siciliani conosciamo bene (la mente va ai tempi quando “non si affitta ai meridionali” era scritto sulle porte delle città del Nord) e il razzismo riguardava gli uomini e non era ancora così subdolamente diffuso da colpire anche le piante.

Di certo nessuno oggi proibirebbe arance asiatiche, datteri africani, patate peruviane, ma c’è chi ha deciso di iniziare dalle palme piantate provvisoriamente (tre anni) all’estremità della piazza del Duomo, alle quali affibbia come un insulto l’essere africane, quando in realtà hanno origine cinese. La sua estrema ignoranza gli impedisce di sapere che le piante esotiche affollano i giardini del Nord, che anzi, sarebbero certamente più belli ancora se potessero ospitarne in maggior numero.

E’ per questo desiderio che nel grande parco di Sanssouci (sans souci = senza preoccupazioni) a Potsdam poco fuori Berlino, ogni anno dal 1857 si aprono nel mese di maggio le porte della grande Orangerie in stile rinascimentale e si allestisce un giardino denominato Sizilianischer Garten. Terminati i freddi invernali, sono portati all’aperto grandi ulivi allevati in mastelli, palme nane e lecci, aranci e limoni, eritrine e araucarie, agavi e fichidindia in vaso. Con le piante mediterranee e subtropicali il giardino cambia il volto austero; si arricchisce di forme, di colori e di profumi che appaiono esotici nel paesaggio prussiano e così resta fino alla metà di settembre quando, prima dei freddi autunnali, le piante tornano in serra per passare l’inverno riscaldate da stufe e dal tiepido sole che, ogni tanto, attraversa le grandi vetrate dell’Orangerie.

Il Giardino Siciliano è uno dei tanti risultati nella cultura europea dell’innamoramento per la Sicilia, per il neoclassicismo simbolo dell’antichità: i motivi tratti dai templi si ritrovano nelle architetture, quelli provenienti dal paesaggio nei giardini che, nell’Europa del nord, divengono debitori non solo delle suggestioni rinascimentali toscane, romane e venete ma anche del paesaggio siciliano. Il giardino di Postdam fu realizzato su richiesta del futuro re Federico Guglielmo IV, mediocre governante ma grande appassionato dell’arte italiana e architetto dilettante, non privo di talento.

La sua sapienza architettonica, alimentata da alcuni viaggi in Italia, doveva certamente molto alla fiducia riposta in Peter Joseph Lenné, architetto paesaggista- il più importante del secolo- che era stato in Italia nel 1844 e nel 1847, figlio di un giardiniere della corte del principe elettore e direttore dal 1824 dei giardini reali. A lui si deve il Giardino Siciliano, la cui singolare denominazione non deriva dal disegno, trattandosi di un giardino formale all’italiana. E’ piuttosto la composizione specifica, la presenza di numerose piante sempreverdi che giungono dai climi tropicali e subtropicali a determinare il rapporto con i giardini e la natura siciliana, allo stesso modo col quale il contiguo “Giardino Nordico” trovava identità nella presenza di elementi della flora continentale.

Nella scelta delle specie per il Giardino Siciliano saranno probabilmente tornate alla mente le osservazioni di Goethe riferite a Villa Giulia: “Ha qualcosa di fiabesco… ci trasporta nel mondo antico… aiuole verdeggianti racchiudono piante esotiche… alberi strani, a me del tutto ignoti…probabilmente di paesi tropicali, allargano le loro ramificazioni curiose”. Molte sono “piante che ero abituato a vedere solo nelle casse e nei vasi, e per la maggior parte dell’anno solo nelle serre, qui allignano vegete e fresche all’aria aperta”. Dalla considerazione tedesca verso il Sizilianischer Garten dovremmo trarre insegnamenti: accorgerci dei tanti giardini storici siciliani poco conosciuti, mal tutelati, per nulla valorizzati e andare fieri della capacità di accogliere in essi piante di ogni continente e valorizzarle.

Serve anche a ricordare che se cominciamo a trattare come indesiderati migranti le piante, prima o poi si ridurranno ancora i pochi scrupoli che manteniamo verso gli uomini. Bertolt Brecht, poeta tedesco, diceva bene: “Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano”. Poi venne il turno degli ebrei, degli omosessuali e dei comunisti e «un giorno vennero a prendere me e non c’era nessuno a protestare”.