di Giuseppe Barbera

Per difendere e dare valore all’agricoltura, a quella delle terre sfortunate e non delle pianure facili da coltivare, è stato creato da pochi anni, al ministero per le Politiche agricole, il Registro nazionale dei paesaggi rurali di interesse storico. Entrarne a far parte, per una comunità, è il primo necessario passo per proteggere la propria memoria e guardare con fiducia al futuro se questo lo si immagina ancora vicino e non strappato via dalla terra, magari confinato in una periferia urbana.

È stato detto che “mentre un pittore dipinge un quadro, un poeta scrive una poesia, un intero popolo crea il paesaggio che costituisce il serbatoio profondo della sua cultura, reca l’impronta del suo spirito” ed è perciò che il loro mantenimento non può essere lasciato alle sole cure, seppure generose e amorevoli, dei suoi agricoltori. La bellezza e l’ambiente che proteggono, la genuinità e tipicità dei cibi, la vista di cui si gode in un viaggio, in una passeggiata, la qualità dell’aria che respira e dell’acqua che si beve, la possibilità di rallentare il cambiamento climatico è interesse di tutti. Sono “beni comuni” e servono leggi che, a partire dal riconoscimento ufficiale con l’iscrizione al Registro, sostengano il lavoro di chi li coltiva nell’interesse generale. In Italia ne sono stati iscritti finora una decina.

Solo a scorrere il loro nome si è toccati dal benessere: gli oliveti dei borghi tra Assisi e Spoleto, i vigneti del Soave e quelli di Valdobbiadene, quelli di Lamole in Chianti, gli olivi monumentali della Puglia e poi, finalmente, un paesaggio siciliano: “La Pietra a Secco dell’Isola di Pantelleria”. È il paesaggio, faticosamente costruito pietra su pietra, delle terrazze che partono dal mare con le viti coltivate ad alberello in una conchetta che raccoglie la pioggia e protegge i grappoli che daranno squisito passito, i capperi non lasciati al ruolo di generoso arbusto spontaneo, gli olivi domati e costretti a strisciare sul suolo per sfuggire al vento, aranci e limoni chiusi in alti giardini di pietra.

Il lavoro dell’agricoltore pantesco, perso nel mare tra Tunisia e Sicilia, si compone in un paesaggio rurale senza pari nel Mediterraneo. Si mostrano le originarie ragioni della bellezza, testimoniate dall’antica filosofia – Socrate diceva che “è bello ciò che è adatto allo scopo” – e dall’ecologia quando insegna la lezione dei paesaggi tradizionali disegnati da un sapere fondato su equilibrio e armonia, attenti non solo alle fondanti ragioni del produrre ma anche a quelle della conservazione della qualità dell’ambiente e della vita.

È il primo paesaggio siciliano iscritto nel Registro Nazionale. Molti, moltissimi altri (certamente più di ogni altra regione, per la diversità della storia e della natura isolana, dal cui incontro derivano i paesaggi), potrebbero farne parte. Sarebbe bene per tutti e per iniziare si vada a leggere nel sito http://www.reterurale.it. Buon lavoro nell’interesse comune!