Tempo di mietitura e di un breve viaggio alla scoperta del “Granaio dell’impero romano”

di Giuseppe Barbera

Dobbiamo a un migrante di diecimila anni fa il volto più antico e riconosciuto della Sicilia: quello delle colline coperte di grano verdi d’inverno, multicolori in primavera, gialle d’estate, brune in autunno. Ascendenza ritenuta modesta, evidentemente inadeguata al cospetto di una fertilità che avrebbe reso l’isola il granaio per eccellenza tra tutte le terre dell’impero romano, che ebbe necessità di un mito per spiegare la presenza dei cereali in una terra dove non crescevano neanche le specie selvatiche, indispensabili precorritrici delle domestiche.

Un mito che fosse di bellezza e fantasia adeguata a quella che ancora oggi si trova lungo un viaggio all’interno della Sicilia. Un mito che inizia con il ratto, ad opera di Plutone, di Persefone, ragazza di una bellezza indicibile, figlia di Demetra. Kore, com’era altrimenti chiamata, fu rapita mentre raccoglieva fiori, nelle campagne di Enna. Quando scomparve negli inferi, iniziò per la madre un’angosciosa e furente ricerca, illuminata da una torcia accesa al fuoco dell’Etna, che la tenne lontana dall’Olimpo e rese la terra sterile, “i campi non più fecondi per il vantaggio dei mortali … e non più fioriscono le piantagioni opulente e spuntano le erbe delicate”.

Si giunse infine a un compromesso: la dea fanciulla avrebbe vissuto parte dell’anno nel regno dei morti e parte sull’Olimpo. Fu così che nacquero le stagioni e Demetra fu tanto felice da regalare agli uomini l’arte dell’agricoltura e ai campi siciliani farro e orzo e, dal V secolo a.C., frumento. Il paesaggio del mito si offre ancora oggi ai nostri occhi. Dal lago di Pergusa, “ombelico della Sicilia”, attraverso cui passò il carro di Plutone, le campagne si disegnano non molto diverse. Senza alberi, con le masserie che sono magazzino e rifugio temporaneo, le colline ondulate coltivate tradizionalmente secondo la regola dei “tre campi”: una parte lavorata a maggese, una lasciata a pascolo e l’ultima seminata a grano.

Quella a maggese è spoglia di vegetazione, mentre, dove il terreno è lasciato a pascolo, si trova una stentata copertura di erbe utilizzabili dal bestiame. Il frumento si semina a novembre (ma fin dai tempi classici si conosce la Tumminia, varietà primaverile) e viene mietuto a maggio – giugno. Il sistema estensivo dei tre campi sarà in seguito modificato introducendo al posto del maggese la fava e, in secoli più vicini, la sulla dai fiori rossi.

E’ il paesaggio delle massae bizantine, dei latifundia romani, dei rahal arabi e dei feudi e che, nonostante rivoluzioni di ogni tipo (la costituzione antifeudale del 1812, i fasci siciliani, l’occupazione delle terre, la riforma agraria del dopoguerra, la politica comunitaria) è rimasto, all’apparenza, inalterato. In effetti, è adesso segnato da trattori e monumentali mietitrebbie, sono rari gli animali al pascolo e nuove varietà sostituiscono le antiche: hanno altezza dimezzata, il vento non ne accompagna il movimento ondoso ma neanche le piega irrimediabilmente rendendole inadatte alla raccolta meccanica. In assenza del maggese che serviva a interrompere il ciclo delle malerbe concorrenti, si adotta il diserbo chimico e si perdono così le macchie rosse dei papaveri, gialle della senape, bianche della carota selvatica.

Il paesaggio del mito si trova ancora nei campi di grani antichi degli agricoltori biologici. La bontà cui rimanda non si ritrova nelle farine industriali che possono essere, come avviene per quelle importate dall’estero, spesso avvelenate dal veleno dei diserbanti. Vale la pena raggiungerlo con viaggi in treno, ormai comodi e rapidi, e da Enna recarsi al museo di Aidone e, davanti alla meravigliosa Demetra di Morgantina, pensare alla dea “ragazzina” che “ogni volta che la terra si coprirà dei fiori profumati, multicolori della primavera, allora dalla tenebra densa sorgerà di nuovo, meraviglioso prodigio per gli dei e per gli uomini mortali”.