di Rosanna Pirajno

C’era una volta a Palermo la via Bambinai, e c’è ancora. Solo che non si fanno più i Bambinelli Gesù in cera che davano senso al toponimo, però in via Calderai si fabbricano fornelli e tegami su misura anche se la plastica incombe, e seppure i toponimi non corrispondano alla merce in vendita, in via Divisi si va a cercare biciclette e ai Lattarini stuoie e tele particolari.

«La conoscenza della toponomastica – scrive Mario Di Liberto nel suo Dizionario Storico Toponomastico di Palermo (ed Ila Palma) – esplica la funzione di tenere viva la memoria delle testimonianze del passato ed impedisce di disperdere il patrimonio artistico, storico, culturale», e difatti la mappa del centro storico è una miniera di rimandi ad antichi mestieri perlopiù scomparsi, fitta di venule che ne perpetuano la memoria o che hanno attualizzato la specificità merceologica di richiamo, mantenendo per quanto possibile l’aura originaria dei luoghi dell’abitare intrecciati ai luoghi del fare, generare, creare o vendere oggetti di cui la società ha bisogno.

Solo che i bisogni delle società si evolvono con l’evolversi di usi e costumi e perciò appare fisiologica la scomparsa di offerte che non corrispondono più alle domande del mercato, ma se è vero che non si richiedono più quarare è pur vero che i successori dei quararari che non hanno mollato si sono attrezzati per soddisfare richieste più confacenti ai tempi. Non solo modificando forme e materiali dei manufatti, ma persino aprendo pagine sul web per intercettare la popolazione dei convertiti alle nuove metodologie di vendita, i cliccanti on line che hanno sostituito i camminanti in strada.

Lo sappiamo bene, che strade e mercati si spengono quando chiudono le botteghe e viene meno quel contatto dal vivo venditore-compratore che vivacizza lo scambio di gesti ancestrali tra due che si fronteggiano ai lati di un bancone, con uno che scruta e soppesa la merce e l’altro che avvia un travagliato pattìare pur di arrivare al dling della cassa. Eppure quella relazione tra persone è la sostanza stessa della comunità che modella, con i comportamenti, il gergo, le consuetudini, il luogo fisico di residenza che nessun contatto telematico è in grado di plasmare.

Quello che intendo fare è perciò un elogio delle botteghe, piccole e medie, storiche e vecchiotte, familiari e no, specializzate seppur non più di quararari, giubbonari, seggiari, bamminiddari, cassari che non contano più acquirenti, ma putìe di artigiani di nuova generazione, librai, antiquari, collezionisti di bric-a-brac e modernariato, abiti monili cibo e quant’altro attrae la curiosità di passanti che riscoprono il piacere dell’empatia tra persone e ambiti urbani, in contrasto con la spersonalizzazione dei grandi centri commerciali che le vanno rimpiazzando.