di Giuseppe Barbera

Ho la fortuna di poter passare qualche ora oziosa davanti alla tv, in questi pomeriggi di metà maggio o più avanti a luglio, a guardare le corse di bicicletta: Giro d’Italia e Tour de France. Mi attirano non tanto le concitate fasi finali che assegnano la vittoria quanto le ore che precedono, quando l’elicottero, che segue dall’alto il plotone che pedala con ritmo tranquillo, indulge sul paesaggio.

Con compiacenza si intrattiene sui monumenti rilevanti, ma alla telecamera non sfugge l’ordinata trama delle coltivazioni, le macchie di vegetazione tra la naturalità e l’abbandono, le case, le fabbriche, i paesi, le strade. Tutto questo insieme è paesaggio: la natura come l’uomo l’ha modificata; i manufatti di pietra, asfalto o cemento che nei secoli si sono sovrapposti; lo sguardo di chi filma dall’elicottero e il mio che scruta lo schermo. In questi giorni il Giro è in Sicilia, nel Calatino, tra Agrigento e il Belice, lungo le salite dell’Etna.

Le riprese sono generose nel soffermarsi sulla bellezza mediterranea ma anche impietose nell’evidenziare gli sfregi della contemporaneità. L’ordine e l’armonia e, con essi, i colori e (sembra di avvertirli) i profumi e i respiri del vento, si presentano a ogni inquadratura: terrazze di pietra a secco, ordinati oliveti, vigneti distesi sulle colline, campi di grano che si perdono all’orizzonte, trazzere scortate da agavi e fichidindia, paesi compatti, masserie abitate dal lavoro agricolo. Se l’occhio si fa indagatore ecco, però, fiumare invase dai rifiuti, carcasse di auto sotto i ponti, boschi bruciati, edifici scheletrici abusivi o pacchianamente rifiniti, strade dissestate che sprofondano in frane, industrie abbandonate con tetti slabbrati di amianto, intricati svincoli stradali che neanche a Los Angeles.

La diversità dei paesaggi siciliani appare non solo quella della mollezza e dell’asprezza gattopardesca, degli agrumi e del grano, del latifondo e dei giardini con tutto ciò – infinito – che si trova tra questi estremi. È anche quella dove si fatica a tener separate bellezza e bruttezza. Ricordiamolo: è la regione con il più alto consumo di suolo e che ha devastato le coste come nessun’altra. La Riserva dello Zingaro, tra Scopello e San Vito è, con sedici chilometri intatti, un miracolo strappato a speculatori di ogni sorta da una marcia di ambientalisti che nel 1980 diedero prova di un’intelligenza lungimirante che non aveva la stragrande maggioranza degli amministratori a cui prudevano le mani per affari e voti che una nuova strada avrebbe portato.

Oggi le esigenze energetiche, sporcate da interessi malavitosi e frenate da sensibilità che si preoccupano solo del “proprio giardino”, si guardano in cagnesco sotto le centrali eoliche, nate in modo dissennato e incontrollato sulle colline. A temi drammaticamente urgenti, come lo sviluppo delle energie rinnovabili per contrastare il cambiamento climatico, se ne contrappongono altri altrettanto legittimi: il paesaggio è il luogo dell’identità culturale e sociale di una comunità, patrimonio di tutti.

Bisogna sfuggire a un braccio di ferro che vedrà, altrimenti, solo perdenti: il fallimento del contrasto al climate change, con calori e siccità insopportabili e, insieme, l’abbandono delle aree interne con risultati catastrofici in termini di difesa del suolo, mantenimento della biodiversità, contrasto agli incendi. La sfida che si pone è quella di un nuovo progetto di paesaggio. Sfida difficile, ma possibile da vincere, se si diventa consapevoli della necessità di connettere sapere e sentimenti.