di Daniela Bigi

Come potremmo dimenticare che il gruppo Forma 1, che vide la luce a Roma nel 1947, aveva al suo interno tre siciliani su otto dei membri che lo componevano? I loro nomi erano Carla Accardi, Pietro Consagra, Antonio Sanfilippo. Lavorarono insieme per alcuni anni.

Poi, nel ’51, il sodalizio si sciolse. Peroravano la causa dell’arte astratta, si sentivano vicini alle ricerche avanguardiste europee, prendevano le distanze dal diktat del realismo socialista. Eppure militavano in quello stesso partito. Oggi, dopo tanti decenni, quell’istanza astrattiva riaffiora come un flusso carsico tra alcuni giovani artisti dell’isola, parallelamente a chi mantiene viva la matrice figurativa di tanta della migliore pittura prodotta in Sicilia.

È come se due delle più autentiche anime mediterranee riprendessero ad orchestrare il presente, nella consapevolezza che solo attingendo alle risposte di volta in volta differenti, finanche opposte, che lungo i secoli si sono depositate su queste coste si possa pensare di poter formulare nuove risposte. Come a dire, i dissoi logoi rimangono un insegnamento inesauribile e l’inclusività mediterranea continua a rappresentare una via maestra.

Quei giovani arrabbiati, che dovettero trasferirsi a Roma per esprimere un pensiero differente e per conquistarsi un accesso al mondo dell’arte, ragionavano sulle forme pure, pittoriche e scultoree, e non disdegnavano la possibilità che quelle forme trovassero un esplicito utilizzo nell’habitat quotidiano, sulle pareti, nelle stanze. Un pensiero che il Novecento ha esplorato ampiamente, con modalità ora più radicali ora più accomodanti e con applicazioni declinate su scale differenti, dall’oggetto all’edificio fino al paesaggio.

Genuardi Ruta, un duo costituitosi a Palermo nel 2015, fin dalle prime prove si è esplicitamente riallacciato all’esperienza di Forma 1. Antonella Genuardi (Sciacca 1986) e Leonardo Ruta (Ragusa 1990) hanno abbracciato insieme il percorso dell’astrazione e hanno fatto proprio il pensiero della geometria, guardando a quel Mediterraneo cui si riferiva Le Corbusier, riflettendo su quel bacino luminoso che ispirò la scrittura di Camus, ricercando quell’essenzialità e quell’armonia di cui parlava Carlo Belli nelle pagine di KN, uno dei pochi testi italiani sull’arte astratta che ricevette grandi plausi dalla comunità artistica internazionale, al punto che lo stesso Kandinskij lo definì il “Vangelo dell’arte astratta”.

Ma i due hanno guardato anche a una figura che potrebbe sembrare sideralmente distante dalla sensibilità mediterranea e che invece molto ha riflettuto sulla misura classica. Penso a Sol LeWitt e al suo debito dichiarato nei confronti di Piero della Francesca e dei pittori del Quattrocento.
Sicuramente alcune costanti del grande artista americano riecheggiano nei lavori di Genuardi Ruta, come la vocazione architettonica della pittura, la centralità della geometria, la dialettica bidimensionalità/tridimensionalità. Ma i presupposti sono altri, e di fatto anche gli esiti.

La geometria che popola le superfici del giovane duo parte da un dato di realtà, racconta delle forme cui la luce dà vita quando incontra i volumi costruiti. E anche i colori sono il frutto di quell’incontro. Per questo sono più vicini a Forma 1 che a LeWitt. Le loro campiture piatte, quei giochi di pieni e di vuoti che definiscono le pareti generano spazi differenti, deformano, moltiplicano, alleggeriscono quelli esistenti, e la geometria, da disciplina conoscitiva, diventa élan visionario, sconfinamento percettivo, evocazione delle tante altre possibili dimensioni ove far albergare l’umano.