di Augusto Cavadi

Da lontano i siciliani sono una folla omogenea, da vicino – come in ogni parte del mondo – non ci sono due soggetti uguali. Cinque milioni di sfumature di sicilianità non escludono, comunque, una certa qual “aria di famiglia” che il turista può avvertire spostandosi da una zona all’altra dell’isola.

A Palermo, come in genere nella zona occidentale della regione (comprendente Trapani e Agrigento), prevale qualcosa di arabo: tra l’africano e il medio-orientale. Volti assorti, se non proprio cupi; se interpellati, ti scrutano innanzitutto con un’espressione di diffidenza. Specie se entri in un bar, o in un negozio, gli occhi sembrano interrogarti (“E ora che vuole questo da me?”) senza presagire, a priori, nulla di gradevole. Quando cominci a parlare, però, sono pronti a capire che non chiedi né elemosina né pizzo: e allora il viso si distende, la corazza abituale si squarcia, la comunicazione scorre agevolmente.

Anche nella Sicilia centrale (Caltanissetta, Enna) il primo contatto con i locali non è immediato. Solo che, di solito, leggo più curiosità velata da apprensione per l’altro, lo straniero, che non vera e propria diffidenza. Non peserà forse il fatto che solo negli ultimi decenni – e solo in alcuni siti privilegiati come Piazza Armerina – è arrivato il turismo che, tradizionalmente, lambiva le coste dell’isola?

L’impatto è differente nella Sicilia orientale (Messina, Catania, Ragusa). Trovo la gente meno prevenuta verso il visitatore, più accogliente. L’impronta greca prevale di gran lunga sull’araba. Frequentemente, in un albergo o in una trattoria, ti accoglie un sorriso disarmato e disarmante, accompagnato presto da una battuta umoristica che non scalfisce irrispettosamente l’ospite ma lo induce a rilassarsi. A sentirsi a casa. L’analogia più spontanea è con l’atmosfera scanzonata che si respira nel napoletano.

A questo atteggiamento di maggiore, serena, talora perfino allegra, disponibilità non è estranea la storia degli ultimi due secoli che ha visto prosperare le cosche mafiose molto più tardi, e molto meno, in quest’area orientale che nella Sicilia occidentale. Un’area chiamata Sicilia babba, cioè ingenua e stupidotta, dai corregionali maliziosi che, se non proprio mafiosi, imparavano comunque a “convivere” con i mafiosi. Poi anche in questa zona dell’isola sono sorte cosche mafiose (le stidde) in concorrenza con Cosa nostra e il clima delle relazioni sociali si è inquinato.

Ma, in compenso, la Sicilia occidentale ha deciso di liberarsi dalla dittatura della mafia e – anche se la guerra non è stata conclusa – si sono vinte numerose e importanti battaglie. Il futuro è una Sicilia purificata dal sangue di tanti martiri civili dove, da un capo all’altro dell’isola, si possa re-imparare il sorriso, smaliziato ma bonario, dell’Ignoto marinaio di Antonello da Messina.