di Daniela Bigi

Diversi anni fa, mi colpì la visionarietà costruttiva di un progetto dedicato al quartiere Falchera di Torino. Il contesto culturale in cui prendeva vita era quello della progettazione artistica in ambito pubblico; le tematiche riguardavano l’ecosostenibilità, lo studio delle identità, la convivenza sociale.

L’autore era un giovane lombardo, che aveva deciso di intervenire in quella periferia operaia degradata, ancora memore dell’originaria vocazione rurale, con la piantumazione di un frutteto di “frutta autoctona antica”: in spazi residuali come le aiuole delle rotatorie o i vuoti incolti tra gli isolati, Ettore Favini piantò antiche essenze piemontesi di meli e peri ormai scomparse. Della coltivazione si sarebbero occupati gli abitanti, in una forma di resilienza opposta alla devastazione globale di colture, e quindi di culture.

Senza scomodare la gloriosa stagione dei Seventies e concentrandoci sull’ultimo decennio, è evidente il rinnovato interesse degli artisti per lo studio e l’ascolto della Natura. Si declina in un’ampia gamma di processualità, per lo più interdisciplinari, che riuniscono ricerca botanica, studi antropologici, letture del paesaggio, ripristino agrario, progettazioni architettoniche e ingegneristiche, analisi geologiche, indagini economiche, riflessioni politiche. Con interventi ora più tecnici e operativi, ora più tradizionalmente visivi e simbolici. Per rimanere in Italia, potremmo ricordare, tra i tanti, il progetto di irrigazione che Marjetica Potrč e Marguerite Kahrl idearono nel 2010 per la laguna veneziana (Rainwater Harvesting).

Anche la Sicilia ha preso posizione, da almeno una decina di anni, in questo panorama, grazie soprattutto ai progetti di Gabriella Ciancimino, che non a caso Manifesta ha riconosciuto in prima battuta, coinvongendola, la scorsa estate, nell’avvio dei lavori per Palermo. L’artista palermitana ha collaborato con musei e fondazioni su scala internazionale, dal Sud Africa alla Russia, dalla Spagna agli Stati Uniti, dal Marocco alla Francia, dall’Austria all’India, alla Turchia. Le sue indagini sulla storia popolare, sui paesaggi floristici e i tanti progetti studiati per ciascuna di queste realtà hanno preso le mosse dal bisogno di conoscere in primo luogo la propria terra, di difenderne le tradizioni, di comprenderne le potenzialità contemporanee, costruendo piattaforme dialogiche con altre terre, altri background, altre urgenze.

Un lavoro complesso, che in ogni luogo vede convergere lo scavo nelle storie locali, l’indagine archivistica sulle memorie botaniche, l’incontro con esperti di discipline disparate (botanica, sociologia, politica), la collaborazione con folti gruppi di persone comuni, nel desiderio costante di intrecciare natura e politica. Sullo sfondo, l’ecologia sociale. Interviene abitualmente con modalità site-specific, opera con il disegno, il wall painting, l’installazione, mixandoli con composizioni musicali, brani video, elementi dell’artigianato. La sua cifra metaforica si nutre di stilemi Liberty, di suggestioni arabo-normanne, di visualità hip hop. E a coltivare il suo pensiero libertario l’accompagnano la simbologia delle piante endemiche e i racconti dei narratori, soprattutto quando indugiano su stanze dello scirocco e sapienti giardini arabi.