di Rosanna Pirajno

Camminare, con lentezza, per le strade di Palermo vecchia riserva molte sorprese. Mi aspetto obiezioni sul fatto che sollevare lo sguardo dai marciapiedi, quando ci sono, o dal basolato talvolta sconnesso non è sempre raccomandabile, ma val la pena rischiare perché il “ritorno percettivo” è gratificante.

Si è tornati a passeggiare in centro storico da quando la pedonalizzazione di centralissime arterie e piazzette è deflagrata con la potenza di uno tsunami, e un popolo di sedentari estratto dalle auto si è riversato per strada in perlustrazione di elementi urbani prima soltanto intravisti dai finestrini. Un valore aggiunto, indubbiamente, quello di prendere contatto visivo diretto con i pieni e i vuoti delle strade che si percorrono a piedi, di godere dell’alternanza di muri e varchi e colonne e portali e luci e ombre in una migliore condizione per l’aria ripulita da inquinanti e rumori di traffico

Camminare dentro le “scatole spaziali” che compongono il grande puzzle della città, comporta una nuova consapevolezza degli elementi morfologici che le definiscono e degli “usi e costumi” (per citare Giuseppe Pitrè) da cui furono percorse prima che l’avvento delle automobili li sovvertisse del tutto. Narra il giovane ricercatore del folklore siciliano Christian Pancaro che proprio nei giorni del Carnevale, molto vivo a Palermo sin dal XVI secolo, il Cassaro fosse percorso da cortei di carri allegorici, carrozzate, corse di cavalli e uomini e bagasce, e attraversato da folle di popolani che, con balli e canti e grida scomposte, accompagnavano le orchestrine itineranti nel reticolo dei Mandamenti.

La città vissuta era dunque un insieme di luoghi familiari di cui si riconoscevano gli elementi costituenti, le persone per prime e poi i vicoli, le strade e le piazze cinte di chiese palazzi nobiliari catoi, fontane e giardini, putìe e fondaci, e a ogni girata d’angolo la città offriva al camminante un paesaggio sempre diverso. Anche adesso, al passeggiatore con “il naso all’insù” la città delle pietre vecchie – per la moderna, i parametri saranno altri – suscita impressioni diverse a seconda di spazio, tempo, stagione dell’osservazione i cui effetti sono modificati persino dallo stato d’animo dell’osservatore.

Camminare in città, scrive David Le Breton nel suo Camminare, elogio dei sentieri e della lentezza, attiva nel pedone esperienze che fanno delle strade «uno spazio di deambulazione votato al piacere, alla scoperta e alla razzia, e non più uno spazio utile o di ostacolo all’avanzata quando si tratta di andare al lavoro o di fare compere. Da mezzo la città ridiventa un fine in se stessa, un luogo di vita» ove egli «tra i percorsi richiesti da qualche incombenza e quelli destinati alla passeggiata o all’esplorazione, disegna nei suoi itinerari giornalieri od occasionali una tela invisibile nello spazio, lascia delle tracce che appartengono solo a lui, e che disegnano il suo viso».
Non ci avevo pensato, ma poiché mi pare di scorgere tra i camminatori del centro storico più visi distesi e sorridenti di quanti non ce ne siano altrove, non so dire se sia effetto della bellezza che trasuda dalle pietre storiche, perfino da quelle sgarrupate, o piuttosto del “ritorno a casa” che quel passeggiare-camminare in numerosa compagnia per molti rappresenta.