di Rosanna Pirajno

Si legge sempre più spesso di gruppi di privati cittadini che si organizzano per salvare da degrado, decadenza o demolizione, un manufatto dismesso per fine uso e funzione – fabbrica, teatro, cinema, linea ferrata, area libera o altro – e quindi attivarsi per ridargli nuova vita con un progetto di diversa destinazione d’uso. Tra spazi occupati e risistemati, e spazi ceduti in comodato, di esempi se ne trovano in po’ dovunque.

Questa operazione, quando procede d’intesa con le pubbliche amministrazioni proprietarie che accettano l’insolita forma di collaborazione predisponendo quanto occorre per condurla a buon fine, prende il nome di Rigenerazione Urbana. Almeno nell’accezione formulata nella prima legge sull’argomento, la 21 del 2008 della Regione Puglia che “promuove la rigenerazione di parti di città e sistemi urbani in coerenza con strategie comunali e intercomunali finalizzate al miglioramento delle condizioni urbanistiche, abitative, socio-economiche, ambientali e culturali degli insediamenti umani e mediante strumenti di intervento elaborati con il coinvolgimento degli abitanti e di soggetti pubblici e privati interessati”.

Fondamentale, per la riuscita dell’operazione, è dunque la partecipazione dei cittadini alle strategie di sviluppo degli enti locali e la condivisione della “idea di città” che si suppone emerga dai programmi elettorali dei candidati ai vertici politico-amministrativi. Se prendiamo ad esempio la riuscitissima operazione della High Line Park di Manhattan, struttura composta da giardini, promenades, spazi ricreativi, culturali, espositivi, commerciali che hanno trovato magnifica allocazione su una ferrovia elevata dismessa, per l’impegno di alcuni abitanti costituitisi in Friends of High Line Park per proporre al Comune, che lo approva, il loro progetto di recupero e riutilizzo, ci si può fare un’idea di cosa potrebbero diventare tanti spazi dismessi in città, dalla Fiera del Mediterraneo alla Chimica Arenella e via elencando fino alla sopraelevata dismessa dalla costruzione del passante ferroviario, se si trovassero risorse e idee condivise per nuove funzioni rigeneratrici.

La qualità del progetto di riuso in chiave culturale-ricreativa-commerciale può dunque fare, dell’area abbandonata che si è presa in custodia prima durante e dopo la sua rigenerazione, “the most beloved pubblic space” come la High Line con i suoi cinque milioni di visitatori censiti, che apprezzano in particolare gli innovativi giardini ispirati alla vegetazione spontanea preesistente, dall’aspetto fintamente “arruffato” piuttosto che “codificato”.

In sostanza, presupponendo una buona sintonia tra pubblico e privato e l’assunzione dell’onere di gestione e manutenzione del manufatto da parte dei privati, specie dei giardini che richiedono competenza, costanza e passione per crescere in bellezza e buona salute come la High Line insegna, l’operazione “rigenerazione urbana” avrebbe ottime possibilità di successo anche da noi.