di Augusto Cavadi

In questa rubrica provo a spiegare ai turisti che vengono in Sicilia quel fenomeno strano, enigmatico, costituito dai…siciliani. Posso osare l’ardua impresa perché in Sicilia ci sono nato e vissuto per quasi settant’anni; e non da osservatore del tutto sprovvisto di attrezzi per leggere uomini e cose. Eppure devo ammettere, con onestà, che di fronte a certi “misteri” non mi resta che arrendermi.

Quando, ad esempio, con una coppia di amici tedeschi in vacanza a Palermo, mi è capitato di fare una passeggiata dalla borgata di Vergine Maria verso Mondello, sulla stradina laterale dell’Addaura, sfiorando dall’alto l’immenso complesso di edifici dell’ex-istituto “Roosevelt”, cosa avrei potuto rispondere alla domanda: “Perché questi edifici su una costa così bella, da cui si ammira un panorama incantevole, sono disabitati e abbandonati? Perché non diventa una struttura polivalente – gestita da cooperative di giovani disoccupati – per eventi culturali, ricevimenti di nozze, feste di compleanno, turismo giovanile, funerali laici? E se l’amministrazione regionale non vuole, o non sa, metterli a frutto né intende affidarli a imprenditori privati, perché non li demolisce restituendo la costa al suo splendore originario?” (Meno male – penso tra me e me – che non sappiano che a poche centinaia di metri da qui abbiamo una caverna con iscrizioni preistoriche di interesse estremo, la cui visita è affidata alla disponibilità semi-volontaria di un custode difficilmente reperibile).

O, quando, per fare un altro esempio, accompagno un collega di Torino per una visita medica al complesso ospedaliero “Enrico Albanese” (noto anche come “Ospizio marino”), disteso sulla costa fra la Tonnara Florio e Villa Igiea, cosa rispondere alla domanda sulle ragioni per cui molti padiglioni sono in stato di abbandono né l’Azienda provinciale sanitaria – che lamenta continuamente mancanza di risorse finanziarie e di locali – li recupera, come farebbe qualsiasi altra Azienda (pubblica o privata), per risparmiare su altre spese e addirittura lucrare a beneficio della collettività?

Il “Roosevelt” e l’“Enrico Albanese” sono stati costruiti appositamente su due angoli di bellezza strepitosa: in nessuna nazione occidentale (ancor meno in Cina, forse neppure in Africa) gli amministratori pubblici consumerebbero sprechi del genere. Perché ciò che è ordinaria amministrazione in Trentino-Alto Adige o in Valle d’Aosta (per restare nei confini italiani) dev’essere considerato dalle nostre parti un sogno talmente irrealizzabile da non esaminarne e discuterne neppure la fattibilità? Di solito si risponde: perché non sarebbe possibile “mangiarci”. Ma in questi casi sarebbe una risposta non convincente. Infatti qualsiasi cinico potrebbe controbattere che opere del genere, oltre a garantire lavoro onesto a centinaia di cittadini, non escluderebbero margini per la corruzione, almeno nella fase di ristrutturazione e ammodernamento dei locali.

Come fare a spiegare al visitatore che l’autolesionismo dei siciliani (della maggior parte dei siciliani, non di tutti: mi consta che alcuni imprenditori onesti hanno tentato invano di acquisire in affitto delle parti almeno di questi spazi) arriva al punto da non essere attratti né dal gusto di lasciare la propria terra più abitabile di come l’hanno trovata alla nascita né dalla seduzione della bustarella sottobanco? L’ignavia vince 1 a zero sia se si batte contro la dedizione al bene comune sia contro l’avidità privata.