di Daniela Bigi

Kerstin Brätsch e Adele Röder sono due artiste tedesche che nel 2007 hanno fondato uno dei gruppi più vivaci dell’ultimo decennio. A dire il vero, più che di un gruppo si tratta di un duo: una dipinge, l’altra crea immagini digitali. Ma a queste attività si dedicano separatamente, ciascuna nel proprio studio, firmando con il proprio nome. Quando lavorano insieme diventano DAS INSTITUT.

Londra, sempre rapida nel registrare i fermenti nel globo, ha dedicato loro un’ampia mostra presso la Serpentine Sackler Gallery nel 2016, avvalorando una produzione che si distingue per la poliedricità degli ambiti di applicazione. Oltre ad essere due artiste, infatti, le giovani tedesche, che vivono tra Londra e New York, sotto il cappello DAS INSTITUT operano attraverso un’identità multipla, dando vita a progetti di grafica editoriale, a servizi per la comunicazione, a capi d’abbigliamento. E poi ancora adesivi, tessuti serigrafati, poster, templates, stencils, e chi più ne ha più ne metta. Una pratica che ritrae bene i nostri tempi, ne interpreta con brio l’istanza multitasking.

A pensarci bene, però, possiamo trovare robuste radici di questo approccio in tutta l’arte occidentale, dalle botteghe dei pittori rinascimentali – ove oltre ai dipinti si realizzavano stendardi, deschi da parto, paramenti sacri, oreficeria, macchine da festa, decorazioni murarie – fino alle tante sperimentazioni novecentesche, alternativamente giocate tra recupero dell’artigianato e progettazione per l’industria. Per rimanere in Sicilia, pensiamo ad esempio alle case d’arte futuriste, in particolare quelle di Pippo Rizzo e di Vittorio Corona, officine domestiche ove l’arte dava forma agli arredi, alle tappezzerie, ai complementi per la tavola, ai giocattoli, fino ai progetti di allestimento per i carri o per i negozi.

Oggi, nel più generale ripensamento che investe la figura dell’artista, una delle vie intorno alle quali si torna a dibattere è proprio il contributo alla costruzione materiale del quotidiano. Soprattutto tra i giovanissimi. Prendiamo il caso di CAMPOSTABILE, un duo che opera tra Alcamo e Palermo: lei, Lorena Stabile, più incline a usare le mani e a muoversi tra discipline tradizionali e materiali naturali; lui, Mario Campo, immerso nella progettazione virtuale e intento a dare un appeal grafico a tutto ciò che lo circonda. Realizzano sculture, grandi installazioni, piccole opere bidimensionali, ma creano anche gioielli, progetti grafici, scatole, borse, con una cifra che riassume la fascinazione per l’optional tecnologico e l’ostinato attaccamento ai gesti semplici e solitari dell’artigiano.

Li unisce un forte interesse per le ragioni – e le utopie – della forma, che diventa così proiezione ideale di una visione del mondo. L’esito finale lambisce l’astrazione, ma le parti costitutive provengono dalla natura o dalle pagine patinate delle riviste di moda. Nelle opere che producono, la componente digitale si intreccia, letteralmente, con elementi che provengono dalla sfera del cibo. Talvolta usano fogli di colore che ottengono cuocendo impasti alimentari, li usano come superfici pittoriche monocrome, oppure, grazie alla tecnica tradizionale dell’intreccio, li ibridano con immagini prese dal web.

Selezionano e ritagliano pattern tessili, catturandoli dall’immenso universo visivo della moda, ne isolano dettagli fotografici, le pieghe, i bordi, certe peculiarità delle tessiture, e poi li compongono secondo geometrie arbitrarie, ragionando da pittori alla costruzione di dispositivi visivi che sovvertono le aspettative percettive. Usano l’argilla per modellare preziose microsculture, assemblano stoffe differenti per interventi site specific in grandi spazi, costruiscono strutture futuribili con il legno, con il metallo, con la carta. L’ampiezza programmatica del loro modus operandi si pone di fatto come una riflessione sul fare. Nell’era 2.0.