di Rosanna Pirajno

C’è un modo di conoscere la città attraverso la mano che traccia dei segni, prende appunti, schizza varianti, si sofferma su un dettaglio. Non si tratta di pittori che ritraggono meravigliose vedute di città e dintorni, ma tuttalpiù di generazioni di architetti allenati al disegno a mano libera – il Disegno dal Vero soppresso dalla riforma universitaria del 1980 – che ritraggono scorci di paesaggi urbani e naturali al solo fine di appropriarsene, di conoscerne spazialità e dettagli attraverso l’esplorazione visiva e la resa grafica.

Il Disegno dal Vero a questo allenava, a saper vedere – Bruno Zevi docet – l’architettura dei luoghi attraverso il lavorio del binomio occhio-cervello che seleziona e interpreta e della mano che traduce in segni.
Sono inarrivabili i disegni, gli schizzi a inchiostro o colorati che grandi architetti del passato anche recente, dai Basile a Damiani Almeyda a Scarpa per citare prestigiosi autori del nostro paesaggio urbano, hanno tracciato dei luoghi di cui amavano prendere confidenza prima di intervenire con il progetto o, successivamente, per verificarne i risultati. Ma l’atto del disegnare a mano libera, senza alcun supporto tecnico o peggio telematico, da un po’ di tempo è tornato in auge e non soltanto negli insegnamenti universitari, dove qualche docente di ultima generazione ha riportato gli studenti fuori dalle aule a interpretare il mondo con carta e penna, insegnando loro che la percezione della realtà è più eloquente in uno schizzo imperfetto che in un’algida rappresentazione al computer.

Ma pure gli Urban Sketchers, una comunità di persone di qualche talento per il disegno diffuse in giro per il mondo, puntano all’osservazione diretta, non mediata da foto e descrizioni, dei luoghi in cui vivono o che attraversano per diletto e di cui affinano la conoscenza misurandosi con lo spazio e il tempo che li abitano e che solo il disegno sa disvelare. Un modo di appropriarsi delle forme spaziali, dei suoi colori e atmosfere che, più che dimostrare il talento artistico, comunica all’esterno gli input sensoriali che hanno guidato la mano dell’osservatore-disegnatore su un taccuino di viaggio.

Tra gli Sketchers non conta tanto saper disegnare, anche se ve ne sono di straordinariamente bravi, quanto saper leggere e trascrivere sul calepino impressioni di paesaggi, schizzi prospettici, dettagli di elementi naturali o architettonici dell’involucro spaziale che si è scelto di indagare.
A Palermo si è formato un gruppo guidato da Anna Cottone, già docente di Disegno industriale ad Architettura, che conduce le Sketchers – soltanto due gli uomini – a conoscere zone della città di particolare interesse, le sponde dell’Oreto, la Cala, l’Orto Botanico, i Teatri storici.

Quello dei Teatri è l’ultimo degli itinerari affrontati con una due-giorni dentro e fuori il Teatro Massimo, che fino a maggio ospita – nei locali del Caffè del Massimo – i taccuini acquarellati dal gruppo di appassionati del “viaggio disegnato”, di gran lunga preferito a quello fotografato. Un’altra forma di curiosità amorevole per la città, che spinge persone a esplorarla con mezzi che si rifanno alla “magia” del disegno, arte che “unisce l’uomo e il mondo” secondo il grande Urban Writer che fu l’americano Keith Haring.

L’arte del disegno è fondamentalmente ancora la stessa fin dai tempi preistorici. Essa unisce l’uomo e il mondo. Vive attraverso la magia.
(Keith Haring)

Cara Jenny, per disegnare bene, bisogna essere molto cattivi, ricordatelo. Bisogna smontare il mondo, per ricostruirlo poi pezzo a pezzo, con infinita pazienza.
(Giorgio Bassani)

La fotografia è un’azione immediata; il disegno una meditazione.
(Henri Cartier Bresson)

percezioni e sensazioni, comprendere realtà nelle quali siamo immersi ma che non conosciamo nel profondo.

Eppure del disegno a mano libera, preparatorio della soluzione progettuale di un’architettura contestualizzata, cioè inserita nell’ambito naturale o costruito al quale è destinato, nessun architetto che sia intrinsecamente tale può fare a meno: sarà proprio la conoscenza occhio-cervello-mano del contesto a scegliere la soluzione ottimale per quella “architettura organica” di cui fu capofila nei lontani anni ’30 del ‘900 F.LL.Wright e di cui oggi si sente estrema necessità.

Gli architetti del passato anche recente erano esperti dell’arte e delle tecniche del disegno manuale, gli schizzi e le tavole di progetto delle generazioni che lo studiavano, dai Basile a Damiani Almeyda a Carlo Scarpa per citarne alcuni, hanno lasciato opere insuperabili per sensibilità e tecnica espressiva.

Fu un male però l’eliminazione della disciplina del Disegno dal Vero, parendo forse allora che l’avvento del disegno telematico avrebbe snellito le faticose pratiche della rappresentazione manuale sui grandi tavoli da disegno attrezzati, i più moderni, di tecnigrafi snodabili lungo i quali scorreva prima la matita e poi la punta del graphos a inchiostro di china. Uno sberleffo di china si cancellava, malamente, grattando con la lametta da barba e la gomma dura. Le tavole degli studenti disegnate al computer divennero più precise e algide, il disegno preparatorio preliminare mostrava tutte le carenze espressive di studenti non più avvezzi ad esplorare il contesto e mettersi in relazione con esso. Finché non si formano anche in questa città laboratori di disegno e gruppi di Urban Sketchers, che sono

In sostanza, non saper disegnare dal vero impoverisce l’architetto che sarebbe, per definizione, colui che trasforma l’ambiente costruito.