di Paolo Inglese

Duecentonovantacinque, entro l’anno probabilmente trecento. Questo è il numero di prodotti DOP, IGP e STG in Italia, come gli eroi delle Termopili. Dall’Abbacchio romano allo Zampone di Modena. Passando per il Puzzone di Moena, il Miele della Lunigiana e il Marrone di San Zeno e giù per l’Italia fino al Torrone di Bagnara Calabra e al Pomodoro di Pachino.

Non c’è regione d’Italia che non racconti una storia di identità tra agricoltura, prodotto, cucina; che non rappresenti, in altre parole, una precisa e peculiare identità agricola e cultura alimentare. C’è di tutto, da ortofrutticoli e cereali, a pesci e molluschi e crostacei freschi, a carni fresche (e frattaglie), formaggi, oli e grassi, prodotti di panetteria e pasticceria, prodotti a base di carne, pasta alimentare.

Una vera cornucopia alimentare, testimonianza fisica del primato plurimillenario dell’Italus Hortus. Sacrosanto, quindi, che quest’anno si celebri il cibo italiano, che non significa, vivaddio, solo ristoranti e chef (cuochi, osti?) pluristellati, ma agricoltori, imprenditori agricoli e agro-industriali, inventori di prodotti che hanno fatto e continuano a fare la storia del sistema alimentare internazionale. E la Sicilia non sta certo a guardare, con la sua trentina di prodotti DOP e IGP, in attesa che siano riconosciuti il Cioccolato di Modica e la Provola dei Nebrodi, con una netta prevalenza dei prodotti freschi: Arancia rossa di Sicilia e Arancia di Ribera, Carota novella di Ispica, Cappero di Pantelleria, Ciliegia dell’Etna, Ficodindia dell’Etna e di San Cono, Limone Interdonato e Limone di Siracusa, Pesca di Bivona e di Leonforte, Pomodoro di Pachino, Pistacchio di Bronte, Uva da tavola di Canicattì e di Mazzarone.

Tutto bene, dunque? In effetti l’Italia è il primo Paese per numero di riconoscimenti assegnati dall’Unione europea. Peccato, però, che l’80 per cento del fatturato arrivi da Grana padano (Dop), Parmigiano reggiano (Dop), Prosciutto di Parma (Dop), Aceto balsamico di Modena (Igp), Mozzarella di bufala campana (Dop), Mortadella Bologna (Igp), Gorgonzola (Dop), Prosciutto di San Daniele (Dop), Pecorino romano (Dop), Bresaola della Valtellina (Igp) e Mela dell’Alto Adige (Igp). Il resto langue e spesso non arriva che a numeri del tutto marginali. Poche regioni, per lo più settentrionali, fanno la parte del leone e i prodotti trasformati – essenzialmente salumi e formaggi – surclassano il prodotto fresco.
E il Sud, e la Sicilia? Eccezion fatta per la mozzarella di bufala campana – e qui dovremmo parlare della “bufala” della guerra della mozzarella tra Campania e Puglia – nessun prodotto tra quelli che contano almeno in termini di fatturato, in compenso un grande disordine nei consorzi di tutela e nella promozione. In Sicilia, in pochi casi il riconoscimento è accompagnato da una reale crescita di impresa.

Un buon prodotto non basta, a fare la qualità serve altro, dai servizi all’organizzazione, alla logistica. E qui proprio non ci siamo. Si può celebrare il cibo italiano senza la Sicilia? Ovviamente no, non è possibile, considerato che l’anno del cibo italiano celebra i paesaggi storici, la dieta mediterranea, il patrimonio Unesco. In pratica, celebra la Sicilia. Ma occorre acquisire la piena responsabilità politica e imprenditoriale di questa ricchezza. Non facciamone solamente un anno di celebrazioni, saghe, fiere. Costruiamo su questa identità un pezzo importante del nostro futuro, ci sono strumenti nella programmazione regionale che aspettano, e da tempo, di divenire realtà. Magari facendo in modo che i più giovani ne diventino protagonisti.