di Mario Genco

Erano turbolenti il traffico e le banchine del porto di Palermo nel primo decennio del XIX secolo. I bastimenti corsari, tutti con la regolare lettera di marca rilasciata da re Ferdinando, salpavano e attraccavano ogni giorno: erano decine, impegnati in un andirivieni di partenze per le crociere contro i Francesi e i loro alleati in Tirreno, nel Canale di Sicilia e in su e giù per l’Adriatico; e di arrivi di vascelli predati con la stive piene di mercanzie fra le più disparate, dai mobili ai fichi secchi, dalle forme di cacio ai chiodi, dagli orologi al vasellame pregiato.

E ancora: vino, olio, pasta, grano, patate,ambitissimi dall’Annona Regia e dalle Sussistenze Militari, tanto che armatori e capitani erano spesso esentati dal pagare le decime che su ogni preda spettavano al Governo: quelle derrate erano indispensabili per alleggerire il peso delle ricorrenti carestie e sfamare il vorace e numeroso contingente d’esercito britannico che garantiva l’esistenza dell’estremo lembo di dominio borbonico, dopo che Napoleone se n’era preso tutto il territorio continentale.

L’angiporto brulicava di equipaggi corsari: migliaia di uomini lesti di mano, di spada e di coltello, usi a maneggiare spingarde e cannoni, petriere, tromboni: c’erano almeno cento capitani e ufficiali fra loro. Tutti insieme formavano una componente ragguardevole della marineria palermitana: la città contava meno di duecentomila abitanti. Risse tafferugli non erano rari, e ancora più frequentemente esplodevano le liti e i contrasi fra armatori, capitani e marinai sulla attribuzione delle catture o sulla divisione del bottino. Il foro competente era il Tribunale delle Prede. Come, per esempio, la lite che contrappose don Carlo Bottillo, candidato corsaro truffato, e il capitano-armatore don Domenico Gambardella, uno dei più abili e fortunati di quegli anni.

Bottillo s’era imbarcato a Stromboli per Palermo sulla scampavia – battello a vela e remi agile e veloce – di Gambardella: per la traversata fino alla capitale, Bottillo sarebbe stato solo un passeggero con il patto che, alla successiva crociera di corsa, avrebbe avuto il grado di scrivano, cioè primo ufficiale. Ma a quei tempi viaggiare per mare, e per giunta su un bastimento corsaro, poteva riservare sgradite sorprese. Per ritrovare in qualche modo gli usi e le parole dell’epoca, facciamo parlare uno dei protagonisti. «D. Carlo Bottillo con devote suppliche espone a V.S. Ill.ma, come il Capitano Corsaro D. Domenico Ganbardella, ritirandosi con suo Scampavia Corsaro da Stromboli per Palermo, imbarcò seco anche il supplicante ad oggetto». I due s’erano accordati: dopo aver sbrigato il loro rispettivi affari in città, Gambardella avrebbe arruolato Bottillo per la prossima crociera di corsa, con il grado di Scrivano.

«Intanto, avvenne per accidente – aggiungeva Bottillo – che per il viaggio [cioè durante la traversata] rinvennero due Martingane abbandonate cariche di diversi generi, e ripredarono anche un Trasporto Inglese da un corsaro Francese [ripresero al francese un bastimento inglese che quello aveva catturato] ».Al “candidato” Bottillo il capo corsaro conferì il grado di “capitano di preda” di uno dei bastimenti trovati. A Palermo navi e mercanzie furono messe all’asta dal Tribunale e vendute. Ma del ricavato Bottillo non ebbe neanche un tarì. Perciò scrisse la supplica al re: credeva di avere diritto alla sua parte di bottino.

«Siccome fu esposto nei comuni pericoli di tutti gli Individui, sì di morire negli attacchi che di esser fatto Prigioniere di nemici; come si prestò parimenti ad ogni comando del Cap. Corsaro, specialmente nel guardare la prima Preda… e siccome à sofferto eziandio ventidue giorni di quarantena… il supplicante si è veduto attrassato delle due Martingane [estromesso dalla divisione della vendita della preda]. Tanto più – concludeva – che «ai semplici passeggeri, anche donne, è solito farsene la competente parte».

Peraltro, era venuto fuori che Bottilllo era stato implicato, secondo lui ingiustamente, nella sparizione a Stromboli di una balla di seta, per una congiura ordita dal «corsaro Pasquale Rizzo e suoi correi ad oggetto di calunniare il Capitano Don Giovanbattista Monti, Deputato di quell’Alta Polizia…». Così era chiamata la polizia politica,che doveva vigilare, fra l’altro, che i corsari non contrabbandassero le loro prede invece che consegnarle, e solo nel porto di Palermo, al Tribunale delle prede. Il danno oltre la beffa: per quell’accusa Bottillo era chiuso da due anni nella Vicaria.

Fra i documenti dell’Archivio di Stato di Palermo, insieme con questa supplica ce n’è anche un’altra: Bottillo chiedeva di essere messo in libertà magari sotto cauzione. Sul retro del foglio, si legge una disposizione del consultore del Tribunale delle Prede, Troisi: «Stante la diuturna detenzione del ricorrente D. Carlo Bottillo tanto in queste pubbliche carceri che in questa Capitale, e stante la mancanza delle prove, pressandosi dal medesimo la pleggeria [cauzione, garanzia] di presentarsi ad ogni mandato di questo Regio Tribunale, sotto la pena di onze cento [somma non indifferente: equivalente a circa quattromila euro] possa il ricorrente ritornare alla di lui Patria, e stante l’inabilità di prestare la pleggeria si esegua sotto ingionzione».