di Paolo Inglese

Conservare il cibo è una delle principali attività di ogni essere vivente. Lo fanno anche le piante, almeno quelle perenni. Gli alberi, ad esempio, conservano le riserve di amido nelle radici e nei tessuti più vecchi, pronti a usarle quando le foglie sono assenti o la domanda di energia è particolarmente forte. Conservare energia in se stessi, questo fanno gli orsi, mangiando a più non posso prima di andare in letargo, ma dalle formiche agli scoiattoli molti sono gli animali che hanno inventato strategie utili a conservare il cibo che si procurano.

L’uomo il cibo lo produce da quando ha conosciuto e sviluppato l’agricoltura. E fin dall’inizio ha dovuto imparare a non perdere il prodotto e a conservare l’eccesso. Marmellata, estratti, frutta essiccata, yoghurt, formaggio sono solo alcune delle strategie utilizzate in origine per conservare il surplus produttivo, diventate nel tempo alimenti pregiati. Per conservare il cibo ci vuole energia. Se la prima, la più facilmente disponibile è quella del sole, è con la capacità di gestire la temperatura che l’uomo ha imparato a conservare enormi quantità di alimenti, refrigerati o congelati. Perdita e spreco sono cose diverse, ma il risultato è lo stesso, 1,3 miliardi di tonnellate di cibo sono oggi perdute e/o sprecate a livello mondiale. Stiamo parlando di una percentuale pari al trenta per cento di quello che siamo capaci di produrre, sufficiente, in teoria, ad alimentare l’attuale popolazione mondiale.

I dati sono impressionanti: 250-350 chili di cibo sprecato ogni anno da ciascun cittadino europeo o americano e 120-170 chili ogni anno nell’Africa sud sahariana o nel sud est asiatico. Cifre enormi e inaccettabili, che hanno costi ambientali altrettanto straordinari. Secondo la FAO, nei Paesi in via di sviluppo la perdita di alimenti avviene per il 75-90 per cento dei casi durante le fasi di produzione, raccolta e conservazione, grazie a una complessiva, profonda carenza di conoscenza, di infrastrutture e di tecnologia; al contrario, europei e americani sprecano nelle fasi di distribuzione e consumo il cibo che sono bravi a non perdere e conservare durante la produzione.

Alla base dell’alto livello di perdite alimentari nelle società dello spreco sta, quindi, il comportamento dei consumatori che non pianificano i propri acquisti e comprano, spesso, più cibo di quel che serve, per non parlare di quanto rimane sulle tavole della ristorazione e delle case di ognuno di noi. Lo potremmo chiamare il paradosso del frigorifero, nato per conservare cibo e diventato nel tempo alibi tecnologico dello spreco. Ma è anche il paradosso del sovrappeso.

Un comportamento individuale che è diventato un fenomeno sociale. Un tempo, in tutte le società, la sacralità degli alimenti ne impediva lo spreco. A tavola, lo si vede ancora solo nei film americani, cattolici e protestanti, ma anche musulmani e induisti, ringraziavano per il cibo che si accingevano a consumare, forse consapevoli della fatica che costava produrlo e guadagnarlo. Tutte le gastronomie sono piene di cibi “riciclati”, dal knodel altoatesini, alla ribollita toscana, alle zuppe di pane meridionali. Buttare il pane era sacrilegio, figuriamoci sprecare il companatico! In America Latina, Sud e Sud-Est asiatico ed Europa è grande, per ragioni diverse, lo spreco di frutta e di verdura.

Sono i grandi Paesi produttori dell’America Latina a essere responsabili per l’80 per cento degli sprechi di carne, mentre grande è lo spreco di cereali, riso in particolare, in Asia. “Occorre passare da una produzione agricola ad alta intensità di risorse a una ad alta densità conoscenza” sostiene la FAO. “More knowledge per hectare”, quindi ma anche migliore capacità di fare la spesa e consapevolezza di quanto stiamo sprecando le risorse di questo pianeta, spesso per colpevole ignoranza.