di Simonetta Trovato

Quando arrivi a Parigi devi annusare l’aria. Perché improvvisamente senti il burro, il dolce, i fiori. È primavera, devi raggiungere la punta birichina dell’Ile Saint Louis, comprare una baguette camembert e jambon e sederti a guardare la Senna. Magari dividendo la panchina con due ragazzini innamorati. Poi inizi a camminare, ti lasci alle spalle la Sorbonne, cammini ancora e improvvisamente ti trovi nei quartieri eleganti di Saint-Germain. Comanda ancora il naso e vai dritto da Chez Lipp, dove ti toccherà l’ultima fetta di millefeuilles. “Seduto a un tavolino di Lipp passerei la vita. Anzi ne ho già passata gran parte”.

Sorride Lucio Attinelli, giornalista e scrittore che ormai a Parigi passa pochi giorni al mese, ma che ci ha vissuto per più di mezzo secolo. Giornalista, corrispondente da Parigi per il Mondo di Pannunzio, L’Europeo, Gente; amico di personaggi come Calvino e Buzzati, Ezra Pound, Julio Cortazar, Alberto Giacometti e Jean Genet, Lucio Attinelli ha curato per trent’anni le pubbliche relazioni dell’Unesco. Uomo di mondo, caloroso e spontaneo, sta scrivendo un nuovo libro e presto ritornerà a Palermo per presentarlo.

“Io sono un ragazzino di 85 anni che ha visto crescere e cambiare Parigi. Sono arrivato nei primi anni Cinquanta: lasciavo una Palermo distrutta e lacerata, dove avevo visto morire mio padre sotto le bombe del ’43. Mia madre, che riuscì a farmi finire il liceo, mi disse: questa è una città dove nascere e morire, ma non è fatta per viverci. Vattene”. E io me ne andai, venni a Parigi e qui trovai un giusto equilibrio tra rigore tedesco, distacco inglese e strafottenza italiana. Ricordo la libreria di Saint-Germain, dove andavano a cercare libri fuori commercio: oggi non c’è più e siamo ritornati tra gli antiquari delle Puces de Vanves”. (i mercatini delle Pulci)

Un posto da non perdere.“Giriamo la domanda al contrario. Cosa va perso? E io rispondo, se non avete un mese a disposizione, lasciate perdere il Louvre. Un solo giorno non basta, ne uscireste con un senso di nausea. Meglio il Centre Pompidou, dove si trova sempre qualcosa di nuovo e di diverso. Noi italiani siamo un Paese di eruditi; i francesi invece, sono colti, stabiliscono contatti. E il Pompidou è un luogo di contatti. Oppure andate al Musée du Quai Branly, a pochi metri dalla Tour Eiffel: è dedicato alle arti e alle culture primitive di Asia, Africa, Oceania e Americhe”.

Il suo luogo prediletto. “Ritornate a Saint-Germain des Prés e fermatevi sul Carrefour de l’Odeon, davanti alla statua di Danton: questo è il cuore di Parigi, il suo autentico quartiere latino, il centro di chi è andato e di chi è passato”.