di Mario Genco

Gli antichi – Polibio, Plinio, Tolomeo, fra gli altri – l’hanno sempre chiamata Hiera, l’Isola Sacra: a chi e perché non ce l’hanno mai detto. Segno, forse, che era stata sacra anche per quelli venuti prima di loro e che nemmeno questi avevano sentito il bisogno di dirlo. Lo davano per scontato, lo sapevano tutti. E così via a risalire le generazioni e le religioni. Questo, almeno fino al III secolo dopo Cristo, quando un nome e una funzione furono indicati dall’ Antonini Itinerarium, la mappa su cui erano indicate le direzioni da prendere e le distanze fra le varie città dell’impero romano: il nome era Maritima, segnata come statio sulla rotta che dalla Sicilia portava a Capo Bon in Tunisia, Cioè un luogo dove fosse possibile trovare un ancoraggio e rifornirsi di acqua.

Si sta parlando dell’isola che oggi si chiama Marettimo, la più lontana a occidente delle tre Egadi. A uno storico siciliano del XVI secolo, Tommaso Fazello per tanti studi notevole, quel nome Maritima dovette sembrare un grossolano refuso onomastico oppure un’imbarazzante ovvietà: come potrebbe non essere marittima un’isola? Perciò la chiamò con il nome che adesso riportano tutte le carte nautiche moderne, e spiegò perché: alla radice mari (e) si aggiunge timo, che Fazello affermava crescesse in abbondanza nell’isola ed ecco Marettimo. Dove in realtà oggi il timo non è certo l’arbusto più diffuso, soverchiato dalle folte macchie di erica, lentisco e disa. Ma in molte carte “post-fazelliane” , almeno fino al XVIII secolo, fu ancora Maritima. Perché questa ostinazione?

Risponde l’ingegner Emilio Milana, che non è solo uno specialista di nanotcnologie con una importante esperienza negli Usa e titolare di alcuni brevetti che, fra l’altro, hanno a che fare con la creazione dei telefoni cellulari: da quando si è ritirato dall’attività professionale e nel tempo tornato libero studia, fruga negli archivi e nelle biblioteche e veleggia nel Mediterrano, è diventato un profondo conoscitore dell’antropologia mediterranea. E, in particolare, di quella delle isole Egadi – ha radici familiari a Marettimo – cui ha dedicato un corposo, intenso e documentatissimo studio che ha fatto pubblicare con il titolo La scia dei Tetraedri – Nel mare gastronomico delle Egadi, un’epopea marina dagli antichi culti e miti alla storia della pasta, dalle “isole che non ci sono” alle frittelle di “ogghiu a mmari” , dagli andirivieni dei popoli mediterranei ai mesi giusti in cui pescare le diverse specie di pesce.

“Perché il timo – dice Milana – non c’entra niente. Maritima significava ancora e semplicemente Sacra”. Ma sacra a chi? “Alla Madonna, la Vergine Maria. Nel IV secolo dopo Cristo l’impero romano aveva diffuso il Cristianesimo in tutto il suo territorio, anche se sopravvissero per qualche tempo anche antichi culti pagani che i cristiani adattarono al loro. Il culto più diffuso presso molti popoli era quello di Iside, la dea di origine egiziana molto venerata anche dai Romani. Iside era, in una parola, la grande madre dei popoli, protettrice fra l’altro dell’acqua e dei naviganti. È, pertanto, plausibile ritrovare nel nuovo termine Maritima la continuità semantica dell’antica sacralità se con tale espressione si è voluto rendere omaggio alla Vergine Maria, icona di spicco della nuova fede, fondamentalmente centrata sulla figura del Cristo”.

Maritima, pertanto, morfologicamente rimanderebbe con la radice “Mari” a Maria, mentre la sua desinenza “tima” andrebbe correlata al verbo greco “timào”, il cui significato è “onorare” (una divinità). A Marettimo il culto di Iside sarebbe testimoniato dalla epigrafe del sito da sempre chiamato ‘u Scrittu, che sulla base di considerazioni filologiche e storiche, si può ipotizzare essere un’invocazione a Iside, allineandola alle analoghe invocazioni riscontrate nella Grotta della Regina di Monte Gallo e nella Grotta del Pozzo di Favignana, e dando un significato religioso alla Grotta della Pipa, se si tiene conto che i Punici legavano l’acqua e la fertilità alla dea egizia.

L’esistenza di un culto isiaco a Marettimo, inoltre, troverebbe sostegno dai ritrovamenti effettuati nella campagna di scavi a Marsala nel 2008 – 2010: un grande complesso dedicato a Iside, databile intorno alla fine del II secolo dopo Cristo. I dati di scavo in località Le Case dimostrano che la chiesetta di età normanna dell’XI secolo, tuttora esistente, era stata eretta sulle rovine di una chiesa protobizantina del V secolo inglobata all’interno di un complesso di strutture che lasciano pensare a un insediamento monastico per via della posizione isolata e arroccata del sito, della presenza della chiesa con il suo battistero e della vicinanza della sorgente d’acqua dolce legata quasi sempre a una valenza sacrale. Numerosi vescovi della Bizacena (Tunisia) cacciati dai Vandali alla fine del V secolo trovarono rifugio in Sicilia. Il vescovo Rufiniano avrebbe fondato un monastero “in una piccolissima isola vicino alla Sicilia”. L’isola era Marettimo? Parrebbe di sì.