di Paolo Inglese

La ricordate, la Strega cattiva? Quella di Biancaneve. Si chiama Grimilde è ha l’ossessione dello specchio, dal quale pretende che dica sempre che è Lei la più bella del Reame, salvo romperlo in mille pezzi quando gli sente affermare che la giovane principessa Biancaneve è ormai la più bella. E se la Regione siciliana, la classe politica siciliana, novella matrigna, fosse affetta dalla stessa sindrome? Immaginiamolo un sindaco, un assessore all’Agricoltura, un politico qualsiasi chiedere allo specchio quale sia la pesca, il ficodindia, l’arancia, qualsiasi prodotto alimentare “più bello del reame”.

La risposta, inevitabile, sarebbe: “La tua, quella del tuo Paese, mio amato amministratore locale”. Fino a scoprire che no, non è così, che c’è di meglio e che quello che c’è di meglio è più nuovo e più fresco e che, soprattutto è altrove. È l’autoreferenzialità, il guardarsi allo specchio senza confrontarsi mai, il peggiore dei nostri difetti. Uno sfrenato provincialismo che impone il racconto di una terra meravigliosa, fatta di prodotti unici e straordinari, nascondendo la mancata attenzione per la qualità delle filiere, dei processi di produzione, dei servizi materiali e immateriali, delle infrastrutture, dei trasporti, della ricerca e dell’innovazione tecnologica.

Farinetti ha appena aperto FICO, la Fabbrica italiana contadina, e lo fa ha fatto a Bologna, in quello che fu il mercato ortofrutticolo per eccellenza, fianco a fianco all’Università di Bologna e ai suoi due dipartimenti di Scienze agrarie e agroalimentari. Un’operazione di grandi dimensioni economiche, sotto la bandiera della biodiversità alimentare, più raccontata che vissuta forse, con il presupposto dell’alta qualità, non certo a basso prezzo. Una sfida di sistema, un’immensa vetrina che, piaccia o no, mette in prima pagina la ricchezza diffusa dell’agricoltura di qualità.

La via italiana alla grande distribuzione? Un – apparente? – ossimoro o un punto di equilibrio tra realtà contadina, piccola produzione, Slow Food, e grande distribuzione? La Disneyland dell’agroalimentare italiano, è stata definita, solo che l’agricoltura italiana non è un cartone animato o un presepe e le mele, per fortuna, non sono necessariamente velenose. Quello che dobbiamo sperare, per cui tutti dobbiamo lavorare, è che il fenomeno del food system divenga davvero il volano di crescita del sistema agricolo, della produzione primaria e non solo la vetrina, che fa proprio il valore aggiunto, lasciando la campagna estranea a questo straordinario momento di crescita centrato sul valore dei valori del cibo.

Sono anche i giorni di un nuovo governo in Sicilia, cosa suggerire o cosa sperare? Per esempio, è arrivato il tempo per mettere a sistema l’eccellenza dell’agricoltura siciliana: le DOP, le IGP, il biologico, i prodotti tipici, i presidi di Slow Food. È arrivato il tempo di costruire piattaforme capaci di sostituire o rendere attuali i vecchi mercati ortofrutticoli, che da mercati di scambio tra campagna e città devono divenire il trampolino di lancio tra le produzioni regionali e i mercati internazionali. La qualità deve fare rete, deve essere in rete, deve diventare “grande” nei numeri e nell’organizzazione, uscendo dalla logica del “questo lo faccio solo io” come elemento della qualità.

C’è da costruire davvero un rapporto sano tra il mondo della ristorazione, del turismo e del catering con un sistema produttivo più maturo e consapevole. L’obiettivo è che tutto questo si rifletta nell’organizzazione e nella struttura del sistema agricolo, nella sua capacità di uscire finalmente fuori dalla Sindrome della Strega Cattiva, non guardandosi più allo specchio, trasformando i nani in giganti e, se possibile, non aspettando, dormendo, un principe azzurro che venga a baciarla.