di Paolo Inglese

Quando Ancel Kyes, nell’immediato dopoguerra, ebbe l’intuizione di associare le condizioni di salute con le abitudini alimentari del mezzogiorno d’Italia e della Grecia, non poteva certo prevedere quanti e come avrebbero cercato di essere parte di un modello, non solo alimentare, di cui allora, gli stessi protagonisti, le classi rurali, erano del tutto ignare.

In effetti, l’Unesco, nel 2010, riconobbe nella Dieta mediterranea un patrimonio immateriale sottolineandone le “abilità, conoscenze, rituali, simboli e tradizioni concernenti le coltivazioni, i raccolti agricoli, la pesca, l’allevamento degli animali, la conservazione, la lavorazione, la cottura e particolarmente la condivisione e il consumo degli alimenti’ che ne costituiscono l’essenza e la stessa definizione. Un mondo, in altre parole, che si immaginò comune a Italia, Spagna, Grecia e Marocco, cui si aggiunsero Portogallo, Croazia e Cipro.

Un pezzo del Mediterraneo che include Aosta, Cuneo e Bolzano, certamente italiane e, quindi, “mediterranee”, ma non Gerusalemme, Beirtuh o Tunisi!
La dieta mediterranea, un modello di frugalità, in un mondo, quello rurale del mezzogiorno italiano, che non conosceva l’abbondanza, ma più che altro pane e companatico. Si perché lo stile di vita di cui parliamo non è certo quello dell’ingorda aristocrazia settecentesca o della borghesia ottocentesca con il suo pranzo di tre-quattro portate, ma è la vera rivincita dei “vinti”, dei contadini greci e italiani che, allora, l’abbondanza se la sognavano.

La Dieta mediterranea, che oggi si stringe e si amplia, di tutte le “tradizioni” possibili e immaginate, è, in effetti il frutto e l’origine di una cultura dell’accoglienza, per certi aspetti anche inconsapevole. Attraverso il Mediterraneo, popoli, culture, semi, piante sono arrivate nel tempo e con il tempo sono diventate “mediterranee”, protagoniste del paesaggio, dell’agricoltura, della cultura e della gastronomia di nazioni e di popoli.
Il Mediterraneo ha raccolto, con la sua straordinaria civiltà, prima quanto arrivava da oriente e, dopo il 1492, dal nuovo mondo, in occidente. Oggi è chiamato a una nuova accoglienza.

Oggi è il sud del Mondo che arriva, con la sua cultura alimentare, specchio di un’agricoltura se vogliamo debole, povera, ma antichissima. Etiopi, somali, africani sub-Saheliani, figli di luoghi dove furono domesticate specie come l’orzo e il caffè, tra le tante, sono ambasciatori di una nuova, quanto altrettanto antica, cultura alimentare fatta, anch’essa, di rituali, simboli e tradizioni. Kebab, Hummus, Injera, Felafel, sono forse parte del futuro della Dieta mediterranea? Quinoa, teff, mango, cassava, lichi, saranno forse parte dell’agricoltura mediterranea di domani? Non possiamo saperlo, ma questa capacità di accogliere e condividere è, in fondo l’ingrediente, la qualità principe della nostra dieta, tradizionale ma esotica, antica e modernissima. We share, si direbbe in inglese, che sembra più rock.