di Mario Genco

La gente che lavorava al porto di Trapani, quella mattina di fine maggio del 1816, capì che dal mare gli stava arrivando una brutta notizia. Spinta dalla brezza di ponente si vedeva avanzare una flottiglia di leutelli che anche da lontano tutti seppero che erano barche coralline. Che non dovevano essere lì, perché avevano salpato solo da un mese per la lunga bordata di pesca del corallo sui ricchi banchi della Barberia. Nessuno se le aspettava prima dalla fine dell’estate.

Di ora in ora il numero delle vele aumentava, e così la folla di uomini donne e bambini che si ammassavano vociando davanti agli sbarramenti dei gendarmi della dogana che precludevano l’accesso al molo dove attraccavano le barche, tutte sottoposte alla contumacia. In quei tempi colera e peste serpeggiavano su tutte le coste dall’Africa mediterranea, barche e pescatori venivano tutti da Bona, in Algeria, l’antica città di Ippona dov’era stato vescovo sant’Agostino. Alla fine della giornata si fece un primo, e necessariamente non definitivo, bilancio: delle barche partite ne risultavano tornate poco più della metà e avevano portato non solo Trapanesi ma anche un certo numero di pescatori Napoletani e Corsi, riusciti a salire a bordo e mettersi in salvo.
In salvo: ma da che cosa?

La storia fu riassunta nella relazione che il Senato e la Deputazione di Salute scrissero al Re la sera stessa: « 28 maggio. Giunsero questa mattina inaspettatamente in questo Porto alcune Barche Piscareccie che nello scorso mese di Aprile avevano fatto vela per la pesca dei Coralli nei mari di Barberia. Il tempo della Pesca doveva durare secondo il solito almeno per tutta l’està, e quindi il ritorno improvviso di dette Barche indicava qualche tristo avvenimento. Così di fatti si venne a rilevare da’ primi informi, che questa Diputazione di Salute ha potuto ricavare. Raccontano i Padroni delle Barche sino a questo momento approdate che la mattina di 23 corrente trovandosi nei mari di Bona ancorati, parte nella vicina fiumara e parte nella spiaggia contigua alle mura del Paese, unitamente a moltissime Barche dell’Isola di Corsica ed a tante Paranzelle Napolitane, munite del passaporto Inglese al pari della Barche Trapanesi, fatto giorno furono assaliti da tanti migliaia di Barbareschi armati, parte usciti dal Paese e parte provenienti dalle campagne, con colpi di moschetteria, con tromboni e con armi di ferro uccisero tutti quelli Marinari Cristiani che poterono offendere.

Li Nazionali di Corsica, che aveano le loro barche tirate a terra sotto le mura di Bona furono quelli che restarono quasi tutti uccisi. Li Paranzelli Napolitani e le Barche Peschereccie Trapanesi che si trovavano ancorate nel luogo prossimo all’abitato restarono quasi tutte vittime del furore di que’ Barbari e rara fu quella barca che ebbe scampo di salvarsi e portarsi qualche picciola porzione dell’Equipaggio di quelle che vi restarono; quelle sole ancorate nella Fiumara alquanto distante dal Paese ebbero l’opportunità di mettersi alla vela e fuggire. Tutte le barche partite da Trapani nello scorso Aprile per la pesca dei Coralli furono settantanove e le Persone Siciliane di equipaggio ascendono al numero di 1071. Di queste barche sino a questo momento, in cui si contano le ore 23 [cioè un paio d’ore prima del crepuscolo. Il computo delle ore in Sicilia cominciava dalla sera, con i rintocchi della campana del vespro]: se ne sono ritornate N.° 44 con 665 Uomini siciliani di Equipaggio, compresi alcuni Marinari che fuggiti dalle altre Barche ivi restate poterono salvarsi sul loro bordo [media di 15 persone su ogni barca]…

Li Paranzelli Napolitani e le Barche Peschereccie Trapanesi che si trovavano ancorate nel luogo prossimo all’abitato restarono quasi tutte vittime del furore di que’ Barbari e rara fu quella barca che ebbe scampo di salvarsi e portarsi qualche picciola porzione dell’Equipaggio di quelle che vi restarono; quelle sole ancorate nella Fiumara alquanto distante dal Paese ebbero l’opportunità di mettersi alla vela e fuggire. Tutte le barche partite da Trapani nello scorso Aprile per la pesca dei Coralli furono settantanove e le Persone Siciliane di equipaggio ascendono al numero di 1071. Di queste barche sino a questo momento, in cui si contano le ore 23 [cioè un paio d’ore prima del crepuscolo. Il computo delle ore in Sicilia cominciava dalla sera, con i rintocchi della campana del vespro]: se ne sono ritornate N.° 44 con 665 Uomini siciliani di Equipaggio, compresi alcuni Marinari che fuggiti dalle altre Barche ivi restate poterono salvarsi sul loro bordo [media di 15 persone su ogni barca]…

…Fra la gente scappata da Bona si ritrova alcuno che riferisce di aver ricevuto dalle Barche Napolitane anche fuggite, che il Fratello del Console Brittannico residente in Bona ebbe la sorte di imbarcarsi su di una Feluga Napolitana, e che il Console suo Fratello sia stato ucciso dentro il Paese.
Non è stata poca la fatica e la diligenza di questa Diputazione di salute nel mantenere l’osservanza delle leggi di Sanità e le dovute distanze, facendo che migliaia di Donne, Uomini e Fanciulli, li quali hanno relazione con li Marinari salvati e con quelli che restarono in Bona, avessero conservato il buon ordine e venerato le barriere prescritte dalle Leggi Sanitarie, a fronte delli loro Parenti salvati ed esistenti in contumacia sempre a bordo delle loro Barche…».

A parte qualche imprecisione e una certa esagerazione – i consoli non erano stati uccisi, ma quello inglese era stato certamente catturato e incarcerato – la relazione delle autorità trapanesi era molto vicina alla verità. Anche se non spiegava perché si fosse scatenata tanta furia feroce. Tanto più che esattamente un mese prima re Ferdinando I aveva proclamato che fra lui e il Dey di Algeri («Sua Altezza Serenissima Omar Bashan, Dey e Governatore della Città guerriera e regno di Algieri»), era stato stipulato un trattato di «pace perpetua… Colla possente mediazione del nostro augusto alleato il Principe reggente de’ regni uniti della Gran Brettagna ». Analogo trattato con Bey di Tunisi e di Tripoli, sempre grazie alla possente mediazione. «Fatto in triplicato nella città guerriera di Algieri, in presenza di Dio onnipotente, il 3 di aprile dell’anno di Gesù Cristo 1816 ed il 4 della luna di aprile dell’anno dell’Egira 1231».

Il mediatore era stato «Edoardo barone Exmouth, cavaliere commendatore del’onorevolissimo ordine militare del Bagno, ammiraglio della squadra Bleu di S. M. Britannica, e comandante in capo i legni e vascelli della detta M. S. nel Mediterraneo [In quegli anni, le flotte inglesi in formazione di combattimento erano comandate da ammiragli definiti:di squadra bianca, quella d’avanguardia; rossa, quella al centro; bleu, quella di retroguardia]». Perciò i leutelli trapanesi erano partiti tranquilli – quel tanto di tranquillità che si potesse avere a navigare in quei mari, dove spesso i trattati di pace sottostavano all’umbratilità e alle inclinazioni rapaci di rais e governanti delle tre Reggenze africane.

Lo stesso avevano fatto i pescatori della Corsica e quelli, più numerosi di tutti, di Torre del Greco che era il più importante e ricco contro della pesca e del commercio del corallo. A garantirgli vita e buona pesca, mare permettendo, erano autorizzati dal trattato ad avere a bordo patenti e documenti del Regno Unito di Gran Bretagna e a sventolarne la bandiera. Per un mesetto il trattato tenne. Un giorno però i rapporti fra il Dey algerino e il console inglese s’incrinarono: i documenti visti non ne parlano, fatto sta che il serenissimo Omar Bashan si annuvolò e ordinò ai bey governatori di Orano e di Bona di sequestrare tutte le barche coralline e a incarcerarne i pescatori. A Orano le operazioni si svolsero tranquillamente, diciamo così. A Bona fu strage. Era il giorno dell’Ascensione.

La notizia dell’eccidio cominciò presto a circolare in Sicilia, portata dai capitani dei bastimenti. Per esempio da capitan Sipio Laganà, arrivato a Palermo il 2 giugno con la sua polacca L’Armata: raccontò che a Malta aveva sentito che «una squadra inglese di nove vascelli era entrata nel porto di Algeri e al rifiuto del Dey a trattare incendiarono quell’arsenale, spianarono tutte quelle fortezze, presero que’ legni da guerra che più gli piacquero e li spedirono in Maon [base navale inglese nelle Baleari] ed incendiarono gli altri». Un altro brigantino inglese arrivò il giorno dopo, e il passeggero Giuseppe Desor, commerciante maltese disse di aver letto «nei fogli della Camere commerciali inglesi della strage a Bona di circa quattrocento cristiani e dei consoli inglese, francese a spagnolo. Fra gli uccisi molti Corsi, Napoletani e Siciliani che ivi trovavansi per la pesca del Corallo». Un terzo capitano, infine, raccontò che con le navi inglesi ce n’erano anche americane: in realtà erano fregate olandesi, a cui era stato accordato di aggregarsi alla squadra in inglese a Gibilterra.

A questo punto, sui documenti c’è qualche confusione di date.La rappresaglia britannica, decisa e micidiale, quando era avvenuta? Dalle testimonianza dei capitani, si dovrebbe dire che fosse stata immediata. Ma un documento d’archivio porta la data del 27 agosto: è l’ultimatum che l’ammiraglio Exmouth aveva mandato al Dey mentre già puntava i suoi cinquecento cannoni e i razzi incendiari su navi, batterie costiere, forti e moli. Tempo un’ora il Dey avrebbe dovuto consegnare la flotta e liberare tutti gli schiavi cristiani. Il cannoneggiamento durò – come scrisse lo storico Livio Pascoli nel 1820 – dalle 2 del pomeriggio alle 11 della sera. Il giorno dopo Exmouth fece avere allo sconfitto Omar Basha una lettera perentoria, che in sintesi diceva: ti ho distrutto tutte le navi, gli arsenali e i magazzini e metà delle batterie; e siccome non ho intenzione di sparare sugli incolpevoli abitanti della città – ma la bordata di tutta una fiancata dei 48 pezzi della sua ammiraglia aveva spazzato il molo gremito di “curiosi” che assistevano al quel micidiale gioco di fuoco: allora non erano state inventate le bombe intelligenti – ti suggerisco di accettare il patto che ho proposto ieri. O l’accetti o non potrai avere pace con l’Inghilterra.

Il Dey non poteva che accettare e lo fece, salvo cominciare a riarmarsi appena la flotta inglese riprese il largo: avrebbe continuato a corseggiare ancora per una quindicina d’ani, finché la Francia non colse l’occasione e, in nome della libertà dei mari e dei suoi concreti interessi, invase l’Algeria e i corsari-pirati algerini sparirono dal Mediterraneo. E a Trapani intanto che cos’era avvenuto. I documenti fin qui consultati non dicono se e quanti altri pescatori fossero riusciti a tornare, né se i numeri citati nella relazione al Re fossero stati confermati. Ma certamente lo shock, il dolore e il danno erano stati enormi: in quel’anno, la città aveva a stento ventimila abitanti e almeno la metà di loro aveva pianto e sofferto per la perdita di familiari e di beni.

Rimane agli atti solo questo Fascicolo: «Riassunto degli annessi espedienti – Parere Decreto. I Trapanesi che si trovavano con le loro Barche alla pesca de’ Coralli in Bona ove soffrirono gravi danni per gli eccessi commessi da que’ Barbari [i Padroni delle barche non avevano più, fra l’altro, i documenti di bordo e le patenti, lasciati per la fuga precipitosa negli uffici della dogana algerina] domandano il ristoro di tali danni dal Governo Britannico per la ragione che essi soffrirono tutto ciò perché avevano il Paviglione [bandiera]di tale Governo il quale accordandoglielo diede loro la sua garanzia. Il Governator della Real Piazza di Trapani accompagna la supplica di costoro, pregando V. M. ad impegnare con degli autorevoli officj il Ministero Britannico a favore dei ricorrenti.». Non si sa che esito ebbe la supplica.

Le fonti. Archivio di Stato di Palermo; fondo Segreteria – Incartamenti; Volumi 4966, 5453.
Francesco Dias. Dizionario delle Comuni del Regno delle Due Sicilie, editore Borel e Bemporad, 1818.
Silvio Pascoli. Quadro storico, politico morale del Regno di Algeria, con la poetica descrizione del bombardamento di quella Capitale, Bologna 1820.