di Paolo Inglese

È primavera, finalmente. Ha fiorito, per primo, il mandorlo e poi, uno di seguito all’altro, il susino, l’albicocco, il pesco e, in questi giorni, il ciliegio. Per non parlare della zagara – arancio, mandarino e limone – che preparano anche loro i nuovi frutti. Nel frattempo, iniziano a maturare le nespole, incomincia a germogliare la vite, a mignolare (si chiama mignola il fiore) l’olivo e si preparano anche il pero, il melo il pistacchio e il noce. Infine, le specie più esigenti di caldo, vecchi e nuovi arrivi dai tropici americani e asiatici – melograno, ficodindia, lici e mango – e specie indigene come il fico.

Insomma, la Sicilia è un florilegio incredibile, tra i pochi luoghi al mondo dove è possibile vedere, nel giro di pochi chilometri specie di continenti diversi e di diversa ecologia, convivere fino a essere divenute le protagoniste del paesaggio rurale e dell’economia dei più diversi territori. Alcune sono qui da migliaia di anni, altre sono arrivate con l’impero romano, altre ancora portate dagli arabi o sono arrivate a noi dopo la conquista del Nuovo Mondo. Le ultime, dal mandarino. al nespolo al mango e al lici sono il frutto, le prime degli scambi botanici dell’Ottocento e le ultime della globalizzazione agricola degli ultimi decenni.

Se il primo mandarino, l’Avana, maturava e matura ancora in pieno inverno, il Tardivo di Ciaculli, il ‘Marzuddo’, dal secondo dopoguerra a oggi ha garantito la presenza del mandarino mediterraneo sulle nostre tavole fino a primavera inoltrata. La Sicilia, poi, è l’unico luogo in Europa dove è possibile avere pesche fresche da aprile fino a novembre. Dai frutti di origine americana, che maturano nelle serre dei luoghi di Montalbano, nel ragusano, alle varietà locali che maturano in settembre e ottobre nelle colline interne da Leonforte a Bivona, il pesco ha in Sicilia il calendario di maturazione più ampio al mondo che attraversa, addirittura, tre stagioni, dalla primavera all’autunno. Il tentativo di ampliare il calendario di maturazione è di tutte le specie.

Le albicocche, per esempio, erano un tipico frutto di tarda primavera, ma oggi le troviamo fino a fine luglio, come le ciliegie. E l’uva da tavola poi! Era un frutto estivo ma ormai lo troviamo sulla nostra tavola da giugno a dicembre, con le sue produzioni extraprecoci, ottenute in serra e anche coltivando le piante in vaso, o proteggendo i filari con la plastica. Ma il caso più strano è quello del ficodindia. Frutto estivo, un tempo, fino a quando, per caso più che per perizia, si scoprì che era possibile farlo fiorire due volte, eliminando la prima fioritura e così vennero fuori frutti “bastardi”, anzi “bastardoni” perché figli di una fioritura, di fine luglio, “non prevista”.

Il risultato? Fichidindia da luglio, quelli “latini” o “del tempo” a ottobre-novembre e, per i più bravi, anche dopo, in pieno inverno perché sì, la pianta può fiorire non due, ma anche tre volte. Ha ancora senso, quindi, parlare di frutta di stagione? Quale stagione poi? Sì, ha senso, se questo non comporta l’uso sconsiderato di energia e di risorse, non ha senso se l’ampliamento del calendario di maturazione è il frutto del progressivo adattamento della piante all’ambiente. Si chiama miglioramento genetico e l’uomo lo pratica da quando, più o meno ottomila anni fa, comprese che selezionando spighe che non perdevano le cariossidi riusciva ad aumentare il raccolto evitando la risemina naturale dei grani spontanei dei quali aveva imparato a cibarsi.