di Mario Genco

Si chiamava Feroce e forse il destino aveva previsto che nome a vita combaciassero. E così era stato: diventò un corsaro. Nei primi giorni del luglio 1812 lui, Tommaso Feroce, scorreva per il Mediterraneo al comando del bovo (vascello a uno o due alberi con vela latina), corsaro armato in corsa dal siciliano Don Vincenzo Morgana con bandiera e lettera di marca di re Ferdinando, in quegli anni retrocesso da IV a III per l’invasione della parte peninsulare del suo regno da parte dei francesi di Napoleone.

Il vascello di capitan Feroce si chiamava con involontaria ironia L’Amabile. E il giorno 7 di quel mese, capitan Feroce avvistò «due vele sopravento» mentre bordeggiava (per refuso,il PC ha scritto, appropriatamente, borseggiava) ad ovest della costa occidentale della Sardegna e con scarsa amabilità decise di inseguirle. In quegli anni, qualunque nave si metteva all’inseguimento di una vela avvistata: era mare di guerra, il Mediterraneo, dove Inglesi e loro alleati, il Borbone fra questi, davano la caccia ai Francesi e a chiunque con la Francia avesse rapporti; e viceversa. Ma inseguire una nave sopravento era impresa piuttosto improbabile, tanto più se quella fosse più grande e perciò più veloce. Capitan Feroce se ne rese presto conto e virò di bordo ma poco dopo lo stesso fecero i due vascelli che da inseguiti diventarono inseguitori, molto temibili perché apparvero più armati e veloci. Erano corsari Algerini, che erano nemici di tutti.

Erano ormai tanto vicini che era impossibile evitarli. Capitan Feroce issò sull’albero «la bandiera e la fiamma siciliana» e quelli risposero con una gragnola di colpi di cannone e di moschetteria. Il capitano dell’Amabile tentò si scappare verso la Sardegna, ormai vicinissima, ma «ma per causa del vivo fuoco aveva ricevuto gran danno e aveva perduto con una cannonata l’albero di mezzana con una palla e la vela di maestra colla mitraglia e altri attrezzi». Non rimaneva che arrendersi e rassegnarsi alla schiavitù in terra barbaresca.

Sembrava tutto perduto quando arrivò una sciabica con bandiera inglese a capovolgere l’esito della battaglia. Uno dei vascelli nemici – che era uno sciabecco vele quadre e otto cannoni – fuggì; l’altro – sciabecco a vele latina e due cannoni – si avventò sull’Amabile cercando di farlo schiantare contro la costa: Feroce riuscì a resistere all’urto e dal suo bastimento ormai ridotto quasi un relitto continuò a sparare cannonate contro l’assalitore, manovrando abiltente fino a costringerlo ad arenarsi. A questo punto, quelli dello sciabecco sbarcarono e scapparono. Ormai padroni del campo, gli uomini di Feroce, aiutati da quelli della sciabica inglese, riuscirono a disincagliare lo sciabecco arenato e lo risospinsero in mare. Ma il vascello rischiava di colare a picco, così lo vuotarono del carico e lo abbandonano alla sorte.

Il bottino risultò cospicuo: «sedici balle di carta, quattrocentodieci barbanti [un tipo di tappeti] una picciola cassetta con cento paja di calzette di seta, due pezze di tale, un ballotto con nove mazzetti di filo e una pezza di raso». I due capitani vincitori arrivarono nel porto di Palermo sette giorni dopo, con il carico predato che consegnarono al Lazzaretto per la contumacia e la successiva vendita all’asta. Il capitano inglese, che voleva ripartire in crociera, trattenne per sé la cassetta con le calze di seta, la pezza di raso, due pezze di tela, due dozzine dei barbanti, quattro dozzine di pettini d’osso e un po’ di balle di carta.

Le fonti. Deposizione del capitano Tommaso Feroce al Tribunale delle Prede di Palermo. Archivio di Stato di Palermo, fondo Consultore del Governo, Atti Memoriali Relazioni della Delegazione Speciale sulle prede marittime 1794 – 1813, Filza 269.