di Paolo Inglese

Ve li ricordate i semi? I noccioli, quelli della frutta. Quelli cui il mondo dei consumatori moderni ha dichiarato guerra. In primavera, nespole, albicocche, ciliegie e, poi, le pesche, tutte hanno semi, ma uno, o, come nel nespolo due o tre. Ai miei tempi, che sono quelli della giovinezza di ognuno di noi, per me gli anni ‘60, tutta la frutta conteneva semi, dall’uva ai fichidindia in autunno; alle arance in inverno; alle nespole, alle ciliegie, alle albicocche in primavera; alle pesche, alle angurie e alle susine, in estate. Tutti, tranne la banana, che allora era davvero esotica e costosa e, soprattutto, misteriosamente priva di semi.

Cosa che le provocò e rischia di provocarle ancora, non pochi guai. In effetti quando nasceva il rock, la banana che il mondo conosceva, fin dal diciannovesimo secolo era la Gros Michel, grande, dolce, insomma, e, soprattutto, senza semi. Poi, al principio del boom economico, quando il commercio delle banane era ancora monopolio di Stato, arrivò un fungo dal nome esotico – il Mal di Panama – e distrusse tutte le piantagioni di Gros Michel, senza che si potesse far nulla, perché non avendo semi, non si poteva ’migliorare’ la sua discendenza, rendendola resistente al fungo. Ma come si salvarono le multinazionali delle banane? All’ultimo momento, trovarono un’altra varietà, meno buona, ma sempre senza semi, la Cavendish, che da allora fino ad oggi costituisce oltre il 95% del commercio mondiale di banane.

Una sola varietà anch’essa senza semi. Alla faccia della biodiversità! La storia, si ripete, soprattutto se non si impara da essa e oggi, la Cavendish, cioè tutto il mercato mondiale delle banane, è a rischio per un altro fungo dal nome esotico, il Tropical race 4 o TR4. In effetti, le banane selvatiche hanno centinaia di semi e pure belli grossi, che le rendono difficili da mangiare. Quale è la morale? Direi che la biodiversità salvaguarda il futuro e che occorre trovare un equilibrio tra chi pretende di non sputare mai un seme e le piante che fanno frutti e che, in quanto madri, li fanno perché essi contengano i semi. Si, perché alla pianta non interessa nulla che il frutto sia grosso, bello, attraente, privo di difetti, a meno che questo non sia utile a favorire la dispersione del seme, possibilmente lontano da lei. E’ il modo che hanno i vegetali di riprodursi. Lo dice anche la Genesi, chiaramente:

E Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie». E così avvenne: la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. Dio si, il nuovo dio, il mercato, il consumatore, no, non ama il seme, tutt’altro. E si perde bellezza, che poi in Sicilia significa anche buono da mangiare. E’ così per Italia, l’unica uva da tavola in tutta Europa ad avere riconosciuta l’Indicazione Geografica Protetta, che soffre, sul mercato internazionale, la competizione delle uve senza semi, e, spesso, senza sapore. Prendete arance, limoni, mandarini.

Chi ha i semi è perduto. Sanguinelli, arance bionde (‘portuallo’’), ormai rimangono nei giardini di pochi appassionati. I limoni argentini, americani e spagnoli, apireni o con pochissimi semi, la fanno da padrone nei mercati mondiali, i clementine o gli ibridi senza semi, hanno sconfitto il nostro caro, vecchio mandarino palermitano, l’Avana e il suo clone Tardivo di Ciaculli, che da Natale ad aprile fanno festa nelle nostre tavole. Con tutti i loro semi. Sembrava tutto perduto, ma, come nelle fiabe è arrivato chi ha creduto si potesse sfidare il mondo senza semi, dal posto più impensabile per una riscossa fatta di capacità di impresa e tradizioni sane, legate a una eccezionale capacità organizzativa e commerciale. Ciaculli, alle falde del Monte Grifone, la terra dove il mandarino è il protagonista assoluto di uno spaccato straordinario di agricoltura periurbana.

Un frutto di eccezionale qualità organolettica, dal profumo e dal sapore inconfondibili, con le essenze che si estraggono dalla buccia dei frutti ancora verdi, il succo fresco e ricco di aromi unici, la buccia con cui si fa un liquore gemello del limoncello. Vale la pena sopportare qualche seme, per salvare quello che rimane del luogo mitico dell’albero, che fu la Conca D’Oro? Certo che si, i geni di quei semi potrebbero contenere il futuro dei mandarini mediterranei. Sputarli questi semi, non è quel gesto ‘volgare’ biasimato dal galateo, ma un gesto naturale, previsto dal ciclo della vita. Una piccola scomodità, se vogliamo, che serve a garantire un futuro biodiverso.