di Paolo Inglese

Cosa hanno in comune l’Opera dei Pupi, la vite allevata ad alberello di Pantelleria e la Dieta Mediterranea? Sono tutti patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO, in quanto “pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze e saperi … che le comunità, i gruppi e, in alcuni casi, gli individui riconoscono come facenti parte del loro patrimonio culturale”.

Per non parlare dei sette siti che, in Sicilia, sono anch’essi patrimonio mondiale UNESCO e che di fatto rappresentano la millenaria storia della Sicilia, dalla necropoli di Pantalica alla Valle dei Templi, alla Villa del Casale, all’itinerario arabo-normanno e la straordinarietà, anche mitologica, del suo territorio, dalle Isole Eolie all’Etna. Un intreccio tra risorse naturali, cultura e saperi che, di fatto costituisce anche la diversità dell’agricoltura siciliana e dei suoi prodotti. Un patrimonio materiale e, solo apparentemente, immateriale del quale occorre solo essere consapevoli e responsabili.

È questo il grande salto di qualità che la Sicilia deve fare, sul piano della produzione agricola e della promozione dei prodotti che ne derivano. È qualcosa di molto più importante della rincorsa al passato, reale o immaginifico che sia, a un “ieri” o a un “naturale” che a volte possono ridursi solo a slogan senza contenuti: pani che lievitano ascoltando Mozart o Bach, grani così come natura li ha fatti, molecole miracolose che allungano la vita, evitano malattie, fanno tutti i miracoli possibili.
La diversità e la bellezza sono le chiavi di volta, perché di ottima qualità se ne fa davvero tanta, e ovunque, in Italia.

Ogni regione, ogni territorio che abbia una storia agricola consolidata può, a buona ragione, rivendicare una qualche sua eccellenza. Quello che davvero nessuno ha, è proprio quest’intreccio di mondi e di culture diverse, questa condivisione di spazi, anche fisici, tra agricoltura, archeologia e paesaggio. C’è un luogo dove tutto questo è visibile e…mangiabile. Un luogo dove la bellezza del sapere umano si manifesta in arte, scienza, cultura materiale. È il Giardino della Kolymbetra, nella Valle dei Templi. Promosso dall’Università di Palermo e divenuto parte del patrimonio del FAI, il giardino ha avuto, lo scorso anno 83 mila visitatori.

Che questa visione sia il vero giacimento di ricchezza per i nostri prodotti lo hanno capito gli imprenditori più avveduti, basti ricordare il progetto “Settesoli sostiene Selinunte” promosso dalla più grande Cooperativa vitivinicola d’Europa a favore della più grande area archeologica d’Europa, il “Parco Archeologico di Selinunte e Cave di Cusa”, dove gli olivi secolari convivono con le colonne greche che, letteralmente, emergono dal suolo. Il grande Cesare Brandi, che fu anche professore nell’Università di Palermo, in quell’atto d’amore che è “Sicilia mia” edito da Sellerio, così scriveva: “Ma può esserci al mondo un paese più bello della Sicilia?.. e se aranci e limoni potete trovarli anche altrove, mai saranno così come li vedete in Sicilia, in questa contraddizione di inverno e di primavera. Non è esotica la Sicilia, è favolosa”.

Appunto, favolosa. E questa favola dobbiamo imparare a raccontarla e, prima ancora, a farla davvero nostra, trasformandola in realtà. Che la zucca si faccia carrozza.