Dopo molti anni in giro per il mondo come giornalista Marco Lupis ha ridato vita al palazzo di famiglia a Grotteria. Una scelta di vita tra ricordi del passato e “rumori” sospetti

di Guido Fiorito

“Quante stanze contiene il palazzo? Posso rispondere come il principe di Salina del Gattopardo che un palazzo non è degno di essere abitato se si conoscono tutte le stanze. Comunque sono più di quaranta”. Palazzo Lupis sorge nel centro di Grotteria, paese collinare a nord-est di Reggio, nella piazza del Tocco dove una volta si svolgevano le assemblee dei notabili del paese. Si raggiunge tra strade strette di origine medievale. Marco Lupis è tornato qui, in Calabria, dove sono le radici della sua antichissima famiglia. Nato a Roma, cresciuto tra Milano e Losanna, Marco afferma di aver vissuto “due-tre vite”: critico d’arte tra Franco Maria Ricci e terze pagine, reporter in Asia e in  Sud America spesso a raccontare guerre e massacri, e poi l’uomo che ha riportato in vita il palazzo di famiglia. “Della Calabria e del palazzo – racconta – avevo solo qualche ricordo vivido da bambino, soprattutto dai racconti di mia nonna Giulia Cipriani. Mio nonno Orazio si era trasferito a Roma negli anni Sessanta. È stato chiuso per trent’anni”.
Una vita avventurosa. “Una volta – dice – mi sono messo a contare i Paesi dove sono stato, sono arrivato a cinquantanove, poi ho smesso. Ho cambiato vita quando ho fatto l’inviato per Panorama. Sono stato in Chiapas, in Kosovo. Non solo guerre. Per esempio sono arrivato in Antartide con una spedizione navale russa. Oppure ho scritto un reportage sui comunisti che mangiavano i bambini: era successo per fame nella Cina di Mao del Grande Balzo. Muoversi diventa la droga dall’inviato che vuole andare dove succedono le cose. Per dieci anni ho vissuto a Hong Kong, per tre a Bali. Mio padre mi diceva scherzando: se sei sempre in viaggio puoi risparmiare l’affitto”.
Marco Lupis ha raccontato i giorni vissuti in prima linea ne “Il male inutile” (Rubbetino editore) e sta preparando altri due libri. Parole dall’inferno tra i massacri di Timor Est e i genocidi della Cambogia, “dove si camminava tra gli scheletri”. I biglietti aerei erano one ticket to the hell. “La prima vittima in guerra – spiega – è la verità. Soprattutto nei conflitti di oggi in cui non si schierano due eserciti regolari. Molti colleghi sono morti per questo. Prima il giornalista in guerra era considerato come dotato di salvacondotto, poi è diventato il nemico delle fazioni di cui smascherava le atrocità. Rischi di arrenderti alla tua impotenza. L’unica strada è non cadere nel cinismo, raccontare che oltre tutto questo male c’è anche del bene”.
Poi tutto cambia. “A un certo punto – racconta Marco – ero preoccupato per i miei figli più piccoli, Caterina e Alessandro. Ricordo i terribili momenti dell’epidemia della sars in Cina. E poi a un certo punto mi è venuta nostalgia dell’Italia, da cui mancavo da più di dieci anni. Io e mia moglie Silvia siamo cresciuti tra Roma e Milano e non volevamo far crescere i nostri figli in una metropoli. Così abbiamo deciso di iniziare una nuova vita in Calabria”.
Nel 2006 iniziano i lavori di ristrutturazione del palazzo, che sono durati dieci anni. “Un lavoro non facile – dice – abbiamo rifatto tutte le solette perché il legno delle travi era lesionato. Ancora restano cose da fare, come ripristinare alcune pitture di un soffitto. Abbiamo recuperato un bene storico e monumentale senza alcun aiuto economico pubblico”.
Palazzo Lupis, 2400 metri quadrati, risale al XVI secolo, edificato dai principi De Luna d’Aragona. Dal Settecento è proprietà dei Lupis, famiglia proveniente da Giovinazzo in Puglia e originata dai marchesi di Soragna (Parma), eredi dei De Luna per una serie di intricate alleanze matrimoniali e di rami estinti. Magnifico il seicentesco portale d’ingresso della scuola di Serra San Bruno, mentre nell’interno sono protagoniste grandi vetrate a piombo con lo stemma della casata. “Sono tornati nel palazzo – racconta Lupis – gran parte dei mobili originati che erano sparsi. Abbiamo ricostituito la biblioteca con settemila volumi, di cui un migliaio antichi anche se purtroppo molti erano stati dispersi. Ci sono alcuni mobili e i ritratti dei miei antenati che hanno viaggiato con me in Asia. E ho aggiunto anche qualche mobile balinese. Abbiamo poi ritrovato nel cortile interno la cripta della chiesetta di Sant’Antonio preesistente al palazzo”.
Nel cortile sono i busti del barone capitano Giovanni Lupis von Rammer e del marchese Domenico Lupis Crisafi, storico e numismatico.  “Il primo era un ufficiale dell’esercito austriaco che inventò il siluro. Francesco Giuseppe gli diede il titolo di barone di von Rammer, in tedesco affondamento, e una nave speronata da un siluro entrò in un quarto del suo stemma”.
Un altro antenato particolare è Orazio III. “Seguendo le indicazioni di mia nonna ho fatto abbattere un muro in un punto preciso e si è trovata una intercapedine murata con sassi con un vaso che probabilmente contiene le sue ceneri. Visse nell’Ottocento, era liberale e carbonaro. Allora la chiesa proibiva la cremazione”. Nella nicchia sono stati trovati dei manoscritti: un elogio funebre del marchese e un misterioso messaggio in codice forse massonico. Antenati la cui presenza è ancora viva nel palazzo fino a leggende di fantasmi che Lupis conferma: “I rumori sono all’ordine del giorno e ci sono stati avvistamenti credibili…”.
Oggi il marchese don Marco e donna Silvia Lupis Macedonio Palermo dei Principi di Santa Margherita sono discendenti di questa lunga storia. Una parte del palazzo, che fa parte dell’Associazione dimore storiche italiane, può ospitare ricevimenti e una piccola porzione è stata destinata a bed & breakfast. “Il turismo – dice Marco Lupis – stenta a venire in Calabria. Tutti assaltano il mare per due mesi e poi basta.  I collegamenti, treni, aerei e strade sono molto arretrati. Si soffre l’isolamento culturale.  Quando sono tornato non mi ha fatto l’impressione di stare in Italia. Lo stesso calabrese non risponde ai canoni dell’uomo del Sud: parla poco, è riservato ed è un buon lavoratore. Tutte le mattine benedico il giorno che ho fatto la scelta di tornare e poi lo maledico”.

Maggio 2018