di Fabrizia Lanza

Oggi la precarietà e la mobilità sono diventati un tema comune in ambito lavorativo: molti si adattano a questo e si spostano da un posto all’altro per afferrare il meglio, altri invece prendono le distanze da questa corsa. Molti giovani e meno giovani hanno fatto la scelta di tornare ai luoghi natii e al pezzetto di terra che hanno ereditato dal nonno o dal padre in cerca non solo delle proprie radici ma anche del senso pulito e schietto delle cose.

Lo fanno togliendosi di mezzo, negandosi alle competitività urbane e scegliendo di parlare la loro lingua madre e di sposare il sogno di sostenersi con le proprie forze in combutta con quello che madre natura ha da offrire. Si parte dai gesti più semplici, come coltivare la terra, farsi il pane con il proprio grano, bere il proprio vino e riscoprire i prodotti del territorio per poi attivare piccolissime imprese a conduzione familiare, con un occhio a instagram e un altro a Slow food, un piede nelle proprie campagne e un altro sul predellino dell’aereo per ritrovarsi insieme a fiere e mostre internazionali.

Ho incontrato Francesco Ferreri all’aeroporto di Punta Raisi un anno fa: come un fauno sorridente che sembrava uscito da un vaso attico a figure nere del V secolo, si è avvicinato a me mentre aspettavo l’aereo: “Lei è Fabrizia Lanza?”. Da lì siamo diventati amici, io ho ascoltato la sua storia e mi sono ripromessa di andarlo a trovare a Pantelleria dove coltiva un paio d’ettari di vigneto e fa il vino come lo faceva suo nonno in un bugigattolo con due grandi tini che per ora producono 1500 bottiglie tra bianco rosso e passulata. A dire il vero mi ero imbattuta qualche mese prima in una bottiglia del suo “Nivuro nostrale”, un vino rosso che per etichetta aveva solo la scritta incerta di Francesco a pennarello sulla bottiglia. Un vino denso, vellutato fatto con il pignatello che a Pantelleria sembra la caricatura di se stesso, estremo nelle forme e nei sapori, come tutto quello che cresce su quella terra rocciolosa di lava e insalivata dal mare. Quel Nivuro mi aveva conquistato, per modestia, intensità e onestà di intenti: il giovane fauno dell’aeroporto trovava quindi con me tutte le porte aperte.

Francesco è partito a quattordici anni per studiare in convitto agraria a Conegliano poi enologia a san Michele all’Adige e la specialistica a Udine. Viaggia, osserva e lavora in Ungheria e in Nuova Zelanda in una grande azienda vitivinicola che coltiva le viti in biodinamica. Dopo dieci anni torna a Pantelleria, meravigliosa perla nere del Mediterraneo, ma anche dura, molto dura. Francesco ha studiato quello che c’è da sapere sul prosecco e sul merlot ma vuole sapere tutto dello zibbibbo e capisce che per far sputare qualcosa alle vecchie viti di suo nonno gli serve la millenaria esperienza degli anziani perché nessun manuale di enologia gli parla dello zibbibbo e di come fare la passulata, “e su quest’isola estrema non la spunti se certe cose non le sai” mi spiega. Lavora, con l’asino pantesco come facevano gli anziani e come ha visto fare agli Ari Khrishna in Inghilterra perché l’animale fa parte del sistema, un sistema piccolo ovviamente, e rispetta la microflora del terreno, cosa che la motozappa non fa.

Tutto questo succede con Nicoletta, la sua compagna sarda senza la quale, mi dice Francesco, non avrebbe mai iniziato questa sua avventura pantesca. In Nuova Zelanda ci vanno insieme ed è là che Francesco capisce quanto sia importante ritornare a Pantelleria per poter coltivare le viti ad alberello, e ritrovare quelle che lui definisce “le mie radici culturali”. Ecco, e qui sta il punto: quando mai un contadino vent’anni fa ci avrebbe parlato di “radici culturali”? L’azienda di Francesco si compone di lui e Nicoletta, è una azienda in miniatura. Si chiama Tanca Nica, un nome strano, mi spiega Francesco che in dialetto pantesco significa piccolo terreno collinoso coltivato e sistemato a terrazze, proprio come quello in cui cresce la sua vigna. Il suo sogno: “poter vivere di questo” senza dover fare lo ‘jurnataro’ ossia lavorare a giornate per altre cantine come fa adesso per sbarcare il lunario.

È questo ritornare a casa per starci bene, accontentarsi di poco, rileggere la storia dei padri per riportarla all’oggi, produrre qualche migliaio di bottiglie con le quali raccontare di sé e della sua isola, onestamente, il valore di quelle radici. Francesco come tutti i ragazzi di questo mondo cerca l’anima delle cose e non ha la fregola di andarsela a cercare altrove, lontana da casa. Tutt’altro. La terra anzitutto è una scelta e questo fa la differenza rispetto a suo nonno, e significa anche la possibilità di vivere una specie di neo umanesimo, ovvero uno stare connessi con le proprie radici culturali, come dice lui, ossia con i desideri del corpo e della mente, con il cibo che mangia e il sudore che gli costa farlo.