Governa la scuola siciliana, dopo aver girato l’Italia, tra riconoscimenti e pregiudizi. Maria Luisa Altomonte, calabrese, racconta quanto è difficile per una donna occupare posti di vertice

di Laura Anello
Fotografie di Igor Petyx

Quella scintilla di ribellione negli occhi, quello sguardo sottilmente ironico, quell’approccio alla vita “per blocchi, per dubbi, per strade tortuose” non li ha persi. Anche adesso che è seduta nel suo ufficio da cui governa la scuola siciliana: 850 istituti, ottantamila docenti, quasi settecentocinquantamila alunni. Poltrona da direttore generale, la bandiera tricolore dietro la scrivania, la luce che illumina l’ufficio affacciato su una Palermo che ancora respira un po’ di verde.
Maria Luisa Altomonte – per gli amici Marisa – è qui da quasi sette anni, dopo i primi venticinque passati nella sua Calabria e altri trenta al lavoro fra Trentino, Piemonte, Emilia Romagna. “Mi ricordo il mio primo sciopero al liceo classico Michele Morelli di Vibo Valentia – racconta – erano i tempi caldi della contestazione studentesca, io ero una militante, distribuivo volantini, organizzavo picchetti. Il preside lo venne a sapere, chiamò mio padre, io tentai di spiegare le mie ragioni, mio padre mi disse una sola parola: Taci. E io tacqui, ma solo in quel momento. A casa parlai, eccome”. Fa sorridere adesso pensare alla massima istituzione della scuola siciliana con i fogli di ciclostile in mano, “la gonna arrotolata sui fianchi per farla diventare una mini, le istanze di giustizia sociale che non ho mai perso”.
Già, una conquista la sua indipendenza, nella Vibo degli anni Sessanta, in una famiglia amorevole ma tradizionale, “i miei genitori entrambi figli di commercianti, mio padre laureato, mia madre che aveva interrotto gli studi in Lettere per compiacere il desiderio del marito, un fratello più grande, una sorella più piccola di otto anni. Tutto da conquistare, la libertà di tornare a casa tardi, di evitare gli auguri ai parenti a Natale a Pasqua, la libertà di avere relazioni, di leggere qualsiasi tipo di libro e di vedere qualsiasi tipo di film”.
Una famiglia che adesso, adesso che tanta acqua è passata sotto i ponti, andate e ritorni, consapevolezze acquisite, angoli smussati, conquiste del mondo fatte, è il suo riferimento più forte. “Non mi sono mai sposata, non ho figli. Ma ho un fratello e una sorella che, se non fossero stati tali, sarebbero stati i miei migliori amici. Lei insegna pianoforte a Perugia, un figlio, mio fratello è rimasto a Vibo, di figli ne ha tre. E mia madre, 93 anni, è la mia radice, il mio totem dove torno ogni qual volta mi è possibile. Ha degli occhi verdi meravigliosi dove a volte vedo brillare lampi di giovinezza”. Un legame assoluto che adesso si può dichiarare pienamente “dopo che da ragazza l’ho vissuto come un vincolo, con tutti i sensi di colpa di chi se ne va, di chi cerca la sua realizzazione fuori dalla propria terra, di chi vuole emanciparsi pienamente pensando che il mondo sia fuori”.
Impossibile dimenticare da dove arriviamo, prima o poi bisogna farci i conti, sempre. “A quegli anni a Vibo risale il mio impegno sul femminismo – racconta – a quegli anni il senso di ribellione i cui motivi sono tuttora attuali. Quando sono arrivata in Sicilia nel ruolo di direttore generale, sono stata accompagnata da due pregiudizi: l’essere straniera, colpa probabilmente di un’insularità molto autoreferenziale dei siciliani, e soprattutto essere donna. Un pregiudizio, questo, che avverto tuttora, anche in piccoli dettagli, quando mi presento con un collaboratore in un palazzo istituzionale dove non mi conoscono e la gente si rivolge a lui e non a me. L’unica risposta possibile è la competenza, il dimostrare di fare, problema che gli uomini non hanno. Abbiamo fatto dei passi avanti enormi nell’uguaglianza sul piano formale e legislativo ma sul piano sostanziale siamo ancora molto lontani, bisognerebbe tirare le orecchie alle donne e alle madri, dovrebbero educare i figli in maniera diversa”. Un bisogno ancora attuale, anche tra i ragazzi, anche nelle scuole. “Non ci sarebbe stato bisogno di fare progetti nelle scuole – aggiunge – se fossero state conquiste consolidate. Non parliamo poi della violenza nei rapporti familiari, della prevaricazione, del possesso che l’uomo rivendica sulla donna, della violenza. Al di là di qualche dubbio su come è nato #MeToo, bisogna riconoscere che ha posto un tema reale e diffuso”.
Quanto conta il linguaggio? Ministra, sindaca, direttora? “Conta, perché anche nel linguaggio c’è una negazione del femminile, ma non esaurisce certo la questione. La ministra Fedeli ha promosso le linee guida per l’uso corretto del genere nel linguaggio del ministero dell’Istruzione. Bene, ma è incredibile pensare che siamo ancora a questo punto nel 2018. Che non sia normale che la donna sia affermi quanto l’uomo, che guadagni quanto l’uomo, che occupi posti di prestigio. Non c’è una sola segretaria di un partito politico, a parte la Meloni che il partito se lo è fatto lei. Serve un cambiamento interiore prima che di linguaggi. Bisogna costruire un modello a misura della donna, che invece spesso emulano l’uomo, anche nel peggio”.
Tutto questo ha imparato da quei fermenti respirati in una Calabria ancora tradizionale. “Ho fatto l’asilo e le elementari, come si chiamavano allora la scuola dell’infanzia e la primaria, da monache a Vibo, dove c’era un trattamento molto diverso tra le cosiddette ‘orfanelle’, le interne, e noi che una famiglia ce l’avevamo. Tempo pieno, molto rigore. Io stavo dalla parte dei più deboli, come sempre avrei continuato a fare nella vita. Una mia amica mi dice sempre per scherzo: tu sei quella delle cause perse”. Poi le medie in una scuola pubblica “dove ho vissuto di rendita”, il liceo da militante del movimento, la laurea in Giuriprudenza a Messina, il ritorno in Calabria. “Durante l’Università per due anni mi sono bloccata – racconta – non trovavo più motivazioni, non riuscivo ad andare avanti, ricordo intere giornate passate davanti alla tv a vedere il tennis. Non dimentico che mio padre in quel periodo mi ha aiutata, nascondendomi, evitando di far sapere a mia madre che non davo un esame o che non andavo a lezione. Prendevamo la macchina e mi portava fuori. Alla fine, posso dire che a suo modo è stato sempre un appoggio fortissimo per me”. I blocchi, quelli con cui hanno a che fare tanti studenti. “Mi è successo altre volte nella vita, forse li avrei anche adesso, ma non ho più il tempo di coltivarli”, scherza.
La storia finisce con una laurea brillante e con la ricerca di un lavoro. “A casa avrei potuto fare solo la libera professione di avvocato, non mi interessava molto. Ho cominciato a fare i concorsi. Il primo che ho vinto è stato al ministero delle Finanze, incarico a Rovereto, dove ho resistito pochi mesi. Ricordo il senso di oppressione che mi diedero le montagne mentre viaggiavo in treno e la diffidenza tangibile che mi circondava, fino a sfiorare il razzismo. ‘Allora anche voi del sud parlate come noi?’, mi chiese la contadina da cui avevo trovato il primo alloggio”. Da lì a Vercelli, al ministero dell’Istruzione, per nove anni: “Il Piemonte è chiuso, un po’ convenzionale, ma ha un senso radicato delle istituzioni e dello Stato”. E poi l’esperienza in Emilia Romagna, prima a Reggio e poi a Bologna, durata vent’anni. “L’Emilia è aperta, solidale, vivace, lì è consapevolezza diffusa l’idea che il bene per se stessi è anche il bene degli altri. Mi ha insegnato l’idea del servizio, lì ho capito che gli atti amministrativi non erano l’oggetto del mio lavoro ma solo gli strumenti utili a produrre risultati”.
Poi, quasi sette anni fa, la nomina a direttore generale in Sicilia. E oggi la consapevolezza “che la scuola non è uguale dappertutto, rispecchia il contesto in cui si trova, la differenza economica, di vivacità culturale, di innovazione. I risultati Invalsi, ci piacciano o no, raccontano una forbice notevolissima anche all’interno dello stesso istituto. La scuola come fattore di equità, il famoso ascensore sociale, purtroppo, soprattutto al Sud, non esiste più. Lo è stato negli anni Sessanta e Settanta, ai tempi dell’alfabetizzazione di massa, ma l’impressione è che quei tempi siano finiti”. E oggi, rimpianti? “Mi sono sentita sempre un’emigrante, anche se sono stata contenta di andare via, di conoscere nuovi mondi, di avere altre opportunità. A parte qualche momento di crisi con cui ho sempre convissuto, non ho mai pensato seriamente di tornare in Calabria”. E quando arriverà la pensione? “Allora sì che tornerò a casa. Tornerò da mia madre”.

Maggio 2018