Vive a Palermo, ma è nato in Calabria, suo luogo del cuore e fonte di ispirazione per molti dei suoi libri. Lo scrittore Giacomo Cacciatore parla della sua terra d’origine tra ricordi ancestrali, pomeriggi assolati e lo splendore della natura

di Laura Grimaldi

Ci è nato, non vi ha vissuto, ma vi è tornato spesso. Per le feste comandate e le vacanze estive. Da bambino e da adulto. Da sempre custodisce la Calabria nel cuore e talvolta l’ha portata nei suoi racconti. Ha tratto ispirazione da quella terra aspra e matrigna e insieme ospitale e generosa. Dalla sua gente caparbia, diffidente e sarcastica. Seduto sul divano di casa in pelle nera, le adorate cagnette Mia e Afa ai suoi piedi, Giacomo Cacciatore accende un’altra sigaretta. È riservato ma cordiale. Dal quarto piano della sua luminosa casa palermitana si distingue all’orizzonte il verde rigoglioso di Villa Trabia.
Una grande passione per i film horror, il sogno non avverato di studiare da regista e un presente da scrittore di romanzi noir e di formazione con importanti editori quali Einaudi e Mondadori. E poi i suoi tanti racconti scritti anche a quattro e sei mani, pubblicati su riviste e giornali.
Non torna in Calabria dal 2014. Da quando sua madre Francesca Pulvirenti, catanese, ha voluto essere sepolta nel cimitero in collina che domina San Giorgio Morgeto, piccolo paese nel parco nazionale dell’Aspromonte che era diventato anche il suo da quando aveva sposato Vittorio Cacciatore. Anche lui è sepolto a San Giorgio Morgeto dal 1994.
Giacomo Cacciatore è nato a pochi chilometri da lì, a Polistena, in provincia di Reggio Calabria. Figlio unico ma con tanti zii e cugini. “Una casualità”, dice lui, perché il padre poliziotto era in servizio a Palermo già dagli anni Cinquanta. “Una famiglia di ‘sbirri’ – puntualizza ironico -. Mio nonno era capo delle guardie municipali durante il fascismo, lo zio Giuseppe, un fratello di mio padre, è stato carabiniere e persino nel mio passato c’è un tentativo fallito di entrare in polizia …”. Un mondo che gli appartiene, che fa parte del suo trascorso e che nel tempo gli ha suggerito più di uno spunto per personaggi e trame di alcuni suoi racconti e dei suoi romanzi.
Poco interessato agli studi in Giurisprudenza, si è laureato in Lingue e Letterature straniere. Confessa di amare l’inglese e di aver sognato di andare a Roma, all’Accademia nazionale del Cinema per inseguire il suo sogno di diventare regista e “dare corpo e condividere quello che mi girava in testa”. Il padre non condivise il suo entusiasmo e tentò in tutti i modi di dissuaderlo. Ma la sua passione per il cinema, quella sì, ha continuato a coltivarla. Con il saggio “Il terrorista dei generi – Tutto il cinema di Lucio Fulci”, scritto a quattro mani con l’amico palermitano Paolo Albiero, ha vinto l’Efebo d’Oro speciale 2005.
Una carezza alla piccola Afa, mentre i suoi ricordi vanno alle estati infuocate e pigre e ai rigidi inverni di San Giorgio Morgeto trascorsi a casa del suo unico amico Antonio Sorrenti, di alcuni anni più piccolo di lui e oggi affermato psicologo. Interi pomeriggi trascorsi a guardare film su film in videocassetta. Sarà per questo che il piccolo paese delle sue vacanze lo guardava in modo circospetto o forse perché veniva da lontano. “Palermo rappresenta la città, la modernità, i contrasti. La Calabria rappresenta le origini ancestrali, molto legate alla morte”, e in viso si fa di nuovo serio. Un tiro alla sigaretta e poi riprende. “La Sicilia è in generale più caotica della Calabria che invece è meno antropizzata, più selvaggia. Penso al Parco dell’Aspromonte che conosco bene. Una natura bellissima in una terra matrigna che i giovani lasciano per cercare lavoro altrove”. Si sente la sua amarezza. E a proposito del ponte che dovrebbe collegare la Sicilia al resto d’Italia pensa che “bisognerebbe prima migliorare le infrastrutture interne”.
Se c’è Palermo sullo sfondo de “Il figlio di vetro”, il suo secondo romanzo pubblicato da Einaudi nel 2007, c’è la Calabria in uno dei suoi primi racconti. “L’uovo” è una storia di seduzione di una figlia di famiglia, “un giglio, una farfalla”, da parte di un giovane avvocato spaccone che pagherà duramente la sua bravata di “porco da castrare”. Un racconto al limite della ferocia come “feroci e primitivi sanno essere i calabresi”. Per “L’uovo”, e questa è una curiosità, Giacomo Cacciatore fu costretto a utilizzare uno pseudonimo, quello di Antonio E. Tinè, perché aveva utilizzato il suo nome e cognome per un altro racconto inserito nella stessa raccolta “Di che colore è uno sbirro”. Ricordare l’episodio lo fa ancora sorridere. “Antonio era un altro fratello di mio padre – racconta -. Dirigeva il cimitero di San Giorgio Morgeto. Tinè era un collaboratore di mio zio, un messinese trapiantato in Calabria, un personaggio da tragedia shakespeariana”. Altre persone e fatti curiosi legati a San Giorgio Morgeto sono diventati racconti. “All’inizio si risentono un po’, poi riescono a riderci su. I calabresi hanno il senso dell’umorismo e sanno ridere di sé stessi”.
Palermo fa di nuovo da sfondo al suo ultimo romanzo. Una intricata vicenda di cronaca realmente accaduta nel 1990. La stesura di “Uno sbirro non lo salva nessuno”, pubblicato alla fine del 2017, è stata preparata da un attento lavoro di ricerca sugli atti processuali, incontri e conversazioni con l’avvocato Giustino e Andrea Piazza, padre e fratello di Emanuele, il poliziotto ucciso a 29 anni. Storia di una vita al limite di un Frank Serpico palermitano, lo ‘sbirro’ del cinema, eroe di Emanuele Piazza ragazzino. Giovane di famiglia borghese, conosciuto a molti in città, di bella presenza, corteggiato, con amicizie buone e meno buone, eccentrico, esibizionista anche – era facile incontrarlo per la città con una scimmietta sulla spalla o un pitone al collo – appassionato di immersione subacquea, moto, lotta libera e innamorato del suo rottweiler. L’amato cane che aiuterà a dare una lettura diversa dalla fuga volontaria all’improvvisa scomparsa del giovane poliziotto il cui corpo di fatto non si è mai trovato.
“Un fatto di cronaca che mi ha subito appassionato quando l’ho sentito raccontare a mia moglie Raffaella che aveva conosciuto Emanuele Piazza – dice lo scrittore -. Mi sono chiesto perché arruolare persone come lui per poi farne carne da macello. Una vicenda inquietante che sarebbe rimasta irrisolta se non fosse stato per l’impegno del giudice Giovanni Falcone e l’ostinazione dei familiari di Emanuele. Dietro la sua morte si scoprirà più tardi un intrigo di servizi segreti, criminalità, amicizia tradita. Una storia piccola, ma per me esemplificativa di scenari più grandi. Una piccola lente che dà una lettura macroscopica di come sono andate tante cose nel nostro Paese”. Da una poltrona difronte a lui, annuisce Raffaella Catalano, sua compagna di vita e sua prima editor.
Niente ‘sbirri’ nelle sue ultime creazioni ancora in valutazione. Dice che in Calabria ci ritornerà presto. Raffaella sorride e annuisce. Maia e Afa, due deliziosi meticci di cinque e un anno, scodinzolano.

Maggio 2018