Ci sono circa 1.500 siti archeologici sottomarini in Sicilia. Questi sono alcuni dei più belli da visitare

di Antonella Filippi

“È mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre”, diceva del Mediterraneo Fernand Braudel. Non basterebbero i rotoli della Biblioteca di Alessandria per trovare risposte alle mille domande sul Mediterraneo degli antichi.

Conosciamo di più sulle guerre che l’hanno funestato ma ancora vorremmo sapere delle attività commerciali attraverso cui l’Oriente entrava nel Mediterraneo e l’Occidente sconfinava oltre il fisico limite delle coste. Il Mediterraneo è una porta sul passato che, in punta di pinne, si può attraversare. Puoi entrare, osservare, ricordare le infinite vicende del mare. Le navi che viaggiavano o guerreggiavano sono un piccolo universo che assumeva in sé un campione fortemente indicativo della società dell’epoca. E i resti archeologici sottomarini sono testimonianze storiche che consentono di individuare non solo il momento della fabbricazione e dell’utilizzazione, ma anche quello dello smarrimento, della perdita, dell’affondamento. La Sicilia subacquea racconta storie, lunghe 3500 anni, che rotolano fino a noi da tempi lontanissimi e non smettono di riservare sorprese. Lo sviluppo costiero e la presenza di arcipelaghi intorno rappresentano un lusso non da poco: dal relitto di Capitello alla nave punica di Marsala, da Marzamemi a Capo Graziano, da Taormina a Siculiana, da Gela a San Vito lo Capo, negli anni è stato un moltiplicarsi di scoperte.

“La divulgazione e la valorizzazione del patrimonio culturale sottomarino sono state fin dall’inizio una delle nostre attività più sentite”, spiega il soprintendente del mare Sebastiano Tusa. “Abbiamo progettato e attivato i percorsi itinerari o parchi archeologici subacquei visitabili in linea con i principi della Convenzione Unesco sulla protezione del patrimonio culturale sommerso. Sono stato criticato, anche da colleghi stranieri, ma l’iniziativa si basa sulla convinzione che la tutela del mare non può prescindere dalla conoscenza e dalla sensibilizzazione non solo degli addetti ai lavori, ma anche del pubblico più vasto. Oggi questi percorsi subacquei raggiungono uno stato dell’arte piuttosto avanzato, dimostrando come la sfida posta in questi anni dalla soprintendenza sia stata vinta con il recupero attivo di un patrimonio a lungo trascurato”. Il soprintendente Tusa ci accompagna tra le battaglie più importanti attorno alla Sicilia.

La battaglia delle battaglie: Levanzo
“Fu quella più eclatante, combattuta il 10 marzo 241 avanti Cristo, uno scontro epocale che mise fine alla prima guerra punica, vero spartiacque tra il periodo precedente, durante il quale i cartaginesi controllavano il Mediterraneo e quello successivo in cui i romani cominciarono a emergere come potenza egemone. Non si conosceva bene il sito esatto: la fonte principale era Polibio che però, non essendo un contemporaneo, scrisse ciò che gli venne raccontato, era anche filoromano ma, a onor del vero, fu un cronista piuttosto obiettivo. Si è sempre pensato che il luogo della battaglia fosse Cala Rossa ma quando da un racconto di Cecè Paladino appresi che tra gli anni ’50 e ’60 erano stati trovati sulla costa orientale di Levanzo più di trecento ancore in piombo, iniziai a non esserne più certo. Inoltre seppi di un rostro che un dentista trapanese aveva ricevuto in dono per una prestazione professionale, e che proveniva dalla zona a nord-ovest di Levanzo, un’area di alto fondale: nel 2004 iniziammo da lì le ricerche, supportati dalla fondazione statunitense RPM Nautical Foundation – contattata grazie a uno dei padri dell’archeologia subacquea scientifica moderna, George Bass – che ci fornì una nave oceanografica eccezionale. Capimmo che lo scontro finale avvenne a circa due miglia e mezzo a nord-ovest di Levanzo. Lì finora abbiamo trovato dodici rostri – l’ultimo il mese scorso – sette elmi e centinaia di anfore”.

A proposito di rostri…
“Il loro rinvenimento è stato un grande risultato, perché ci ha permesso di individuare il luogo della battaglia, e perché di rostri, fino ad allora, c’era solo quello recuperato in Israele. Tra l’altro i reperti recano sulla parte superiore il nome di due questori, cioè coloro che avevano finanziato la nave. Aveva ragione Polibio: dopo trent’anni di guerra Roma non aveva più denaro e il Senato chiese un prestito per allestire l’ultima flotta. Questi pezzi ci vengono richiesti in tutto il mondo ma la loro “casa” è l’ ex Stabilimento Florio di Favignana dove, con un progetto europeo, abbiamo realizzato una sala con i rostri, gli elmi, un po’ di anfore e cinque totem multimediali che spiegano la battaglie, in italiano e in inglese, e un’altra con un’installazione più d’effetto di dodici minuti con tre maxi schermi: a destra e a sinistra ci sono i due ammiragli, quello romano e quello cartaginese, che parlano rispettivamente della vittoria e della disfatta”.

Scendiamo più a sud: la battaglia di Capo Ecnomo
“Si tratta di una battaglia della Seconda Guerra punica quando, intorno al 230 avanti Cristo, cartaginesi e romani si affrontarono nella zona di Capo Ecnomo, zona Licata. Ancora non abbiamo trovato nulla ma sono iniziate le ricerche, speriamo che i risultati prima o poi arrivino. Qui è tutto un altro mondo: il mare è sabbioso e melmoso e l’acqua è torbida anche per i danni causati dall’inquinamento, per cui si può lavorare solo in maniera strumentale. È probabile il coinvolgimento delle aziende petrolifere che potrebbero riservare alla cultura una piccola parte delle misure di compensazione obbligatorie previste per il territori come risarcimento: con l’Eni stiamo trattando per Gela, che riceverà circa 140 milioni per la realizzazione di opere pubbliche”.

Il giro continua: la battaglia del Nauloco
“Pompeo, Marcantonio e Ottaviano, che sarebbe diventato primo imperatore di Roma, si contendevano il potere. La Sicilia era una base pompeiana: siamo non lontano da Mortelle, a due passi da Messina, dove nel ‘36 avanti Cristo fu combattuta una battaglia tra Sesto Pompeo e Marco Vipsanio Agrippa. Qui è stato ritrovato un rostro, avvistato in acque basse da una bagnante, il cui marito, che aveva partecipato a un nostro corso di archeologia subacquea, ci avvisò subito. Nella stessa area negli anni ’60 e ‘70 del secolo scorso la soprintendenza di Siracusa aveva trovato delle ghiande-missili, cioè proiettili in piombo, con scritto Pompeo”.

2 giugno 1676, la battaglia di Palermo
“Olandesi e spagnoli affrontarono i francesi che tentavano di minare il potere spagnolo in Sicilia, davanti alle coste del Foro Italico. A questo scontro partecipò da… morto un ammiraglio, De Ruiter, venerato in Olanda, ucciso da una cannonata ad Augusta e posto, per il viaggio di ritorno ad Amsterdam, in un barile di salamoia. Ma la nave si fermò a combattere, e perdere, a Palermo. La Spagna sbagliò l’approccio alla battaglia e fu sconfitta, la “Grande Spagna”, allora la nave più grande al mondo, saltò in aria e i pezzi invasero la città. Se potessimo avviare nel mare del Foro Italico il progetto di recupero, già redatto ma non finanziato, troveremmo di sicuro dei cimeli e sarebbe interessante ricostruire, in una sala multimediale, come ha fatto Malta con l’assedio ottomano, lo scontro”.

Le guerre mondiali
“Durante le due guerre mondiali non ci sono state battaglie attorno alla Sicilia, ma solo “guerre dei convogli” che partivano dall’Italia per portare armi e munizioni verso l’Africa, e venivano colpiti dai sommergibili inglesi. Un relitto ritrovato è il Valfiorita, una nave mercantile italiana: trasportava camion, camionette, motociclette, munizioni e fu colpita e affondata da sommergibile inglese Ultor all’uscita dallo Stretto di Messina, mentre si dirigeva verso Palermo. Oggi è una delle mete turistiche subacquee più belle per le immersioni per chi ama i relitti moderni, a un miglio da Capo Faro. Abbiamo però posto un vincolo per evitare i saccheggi”.

I tombaroli del mare
“La piaga dei tombaroli c’è a terra come in mare dove è impossibile pensare di controllare i siti – 1500 in Sicilia, di cui cento vincolati – 24 ore su 24. Oltre all’azione delle forze dell’ordine è importante per la tutela sensibilizzare e responsabilizzare, almeno nei borghi marinai, i locali. È anche importante instaurare un rapporto di fiducia con la marineria, fondamentale nel recupero dei reperti”. Visitare un parco archeologico: esperienza per pochi? “Ci sono parchi più facili da esplorare, anche a cinque metri, altri più complessi ma tutto dipende dall’acquaticità di ognuno. Per visitare un parco si scende seguendo una catena legata a una boa, muniti di una guida plastificata, si arriva in fondo, dove i reperti sono sistemati e numerati, e si risale dall’altra parte, dopo aver visto ancore, anfore, macine, elementi in pietra. È straordinaria la visita delle navi lapidarie, quelle cioè che trasportavano pietre, sotto forma di blocchi da intagliare o di oggetti finiti, lastre decorate, capitelli, colonne, elementi architettonici: ne abbiamo una a Kamarina e un’altra a Capo Passero, a meno di venti metri su un fondale fantastico: qui interesse storico e naturalistico marciano insieme.

L’archeologia subacquea crea anche una ricaduta turistica, secondo uno studio, soprattutto nei borghi marinari, aumenta del 20 per cento le presenze turistiche, nonostante si tratti di un’attività piuttosto costosa per l’attrezzatura”. Allora, euploia, buona navigazione. È l’augurio inciso su un elmo romano rintracciato nel mare delle Egadi.