I rimanenti custodi della Sicilia di antiche conoscenze e competenze, in un mondo in cui la pesca tradizionale non esiste più

di Claudia Cecilia Pessina

“Erano altri tempi, lo spiazzo dove adesso c’è il parcheggio era pieno di barche, tutte in fila come dei soldatini”, ricorda la signora Giuseppina, moglie di Salvatore Martino Rodolico, che la maggior parte di quelle barche le aveva fatte con le sue mani. Interamente, senza l’ausilio di un computer e di grandi macchinari. Partendo dal materiale grezzo, il ceppo di legno. E dalla sapienza che aveva assimilato dall’età di cinque anni, seguendo a bottega il padre il quale a sua volta aveva appreso tutto da suo padre, che pure il mestiere l’aveva imparato dal genitore. Così, solo così, con tanta umiltà pazienza e dedizione, è possibile tramandare quell’enorme bagaglio di conoscenze che il vero maestro d’ascia deve incorporare, non solo con la testa, ma anche con il corpo, dovendo sviluppare la sensibilità che gli permette prima di ogni altra cosa di riconoscere le varie essenze di legname, di capire come tagliarlo e poi come usarlo in maniera appropriata e collocarlo all’interno dell’imbarcazione.

Ma deve essere anche bravo a piegarlo il legno, lentamente, senza rovinarlo, con l’uso del fuoco o del vapore, e un sistema di corde pesi e morsetti che consente di modificarlo fino a fargli assumere le curvature desiderate. E poi, una volta conferita la forma grossolana al listello, deve essere in grado di sagomarlo, adattarlo alla sua funzione definitiva, facendolo combaciare perfettamente in un complesso sistema di incastri, dando vita a un’imbarcazione intera. Utilizzando per questo appunto l’ascia, l’utensile formato da una lama di metallo ricurvo con il taglio perpendicolare al manico, che definisce la figura professionale del maestro o mastro d’ascia.

Un mestiere “che ce lo devi avere nel Dna, e che dopo non puoi più lasciare”, dice Giovanni Rodolico, il figlio di Salvo, la quarta generazione degli storici maestri di Aci Trezza. Oggi il mondo delle attività ittiche ha subito cambiamenti di tale portata che la miriade di piccole barche tradizionali interessate alla pesca costiera ravvicinata è stata sostituita da pescherecci di grandi dimensioni e potenza. La piccola pesca tradizionale è stata in gran parte abbandonata o passata nella sfera d’influenza di semi professionisti o del pescatore sportivo. A Mazara del Vallo, Trapani, Sciacca e Porticello si è passati a navigli alturieri e a grandi cantieri specializzati. La figura del maestro d’ascia è in via di estinzione. Molti sono anziani. Non hanno a chi tramandare le loro conoscenze perché sono pochissimi i giovani che nutrono il sogno di imparare questo mestiere così duro, che richiede tanti anni di formazione non pagata, tanta umiltà, tanta fatica.

I più, come i Rodolico, sopravvivono dignitosamente con il lavoro di riparazione, mantenimento e riconversione delle barche esistenti. In alcuni casi offrono i propri servizi collaborando con le scuole nautiche, oppure la propria tipicità all’interesse e alla curiosità fotografica dei turisti. “Ormai con il blocco delle licenze, non se ne richiedono più di barche da pesca, e quindi semplicemente di nuove se ne fanno sempre meno. Si riparano e mantengono quelle esistenti”, lamenta Rodolico. Ma il suo racconto è lo stesso che riecheggia in tutti gli angoli della Sicilia. Fino a venticinque anni fa ancora il lavoro c’era, di barche se ne facevano anche cinque o sei all’anno. In certe annate buone anche due o tre contemporaneamente. Ma oggi pochissimi sono quelli che ancora costruiscono barche in legno ex novo.

Uno di questi è Daniele Di Marco, 45 anni, terza generazione dei maestri d’ascia del cantiere Martello di Licata, le cui barche arrivano fino in Tunisia. “Una barchetta piccola, ben fatta, che puoi usare per uscire in mare per divertimento, prendere il sole e leggerti il giornale, vuole cinque giorni di lavoro. Ma io per farla stare sul mercato sono costretto a scendere a due o tre giorni”, spiega. “Certo col legno la soddisfazione è massima, ma è stato superato come resa da altri materiali”. Un tempo, prima che si introducessero le essenze esotiche, come il teak, i legni più utilizzati erano il leccio per la chiglia, il gelso per l’ossatura, la quercia per gli orli. E il pitch-pine per la chiusura della barca. Comunque occorre legno duro per tutte le parti soggette a maggior logorio, mentre il fasciame, i banchi e le paratie sono fatte di legni resinosi e leggeri. “Per scegliere il legno c’è tutta una procedura, non tutti gli alberi sono uguali. Per avere un buon legno che non marcisce dovresti abbattere l’albero tra novembre e febbraio, con luna calante. Solo così avrà vita lunga. Oggi non è più possibile conformarsi a questi ritmi della natura, come poteva fare mio padre”, continua Di Marco. A richiedere le sue barche sono pescatori che non vogliono staccarsi dalla tradizione del legno, per barche sotto i 24 metri, oppure qualche sporadico e facoltoso diportista.

Sempre a Licata c’è Pietro de Marco del cantiere Sant’Angelo. È uno dei pochissimi in Sicilia, forse l’unico, a realizzare dal principio esclusivamente barche in legno. Ha 57 anni, otto collaboratori e un figlio trentenne che ha seguito il padre ottenendo il titolo di maestro d’ascia. Lavorano all’aperto, sulla spiaggia. Quindi nei giorni di pioggia e quasi tutto l’inverno ci si riposa. “Dall’anno scorso siamo impegnati nella costruzione di una barca da ventitré metri. La voce gira quando si lavora bene, e le nostre barche vanno oltre che in Sicilia, fino in Lazio e persino in Liguria”.

Bisogna partire dal materiale grezzo e vivo, sagomare a uno a uno i vari pezzi, utilizzare il mezzo garbo per dar forma alla chiglia della barca, e poi apporre listello dopo listello per fasciarla. Fissare tutto con i chiodi zincati che vengono ribattuti e fatti incavare entro la superficie del legno, in modo che una leggera stuccatura ne eviti il contatto con l’acqua salmastra. E passare poi a quella paziente operazione chiamata calafataggio, in cui, per rendere lo scafo completamente impermeabile, si inseriscono all’interno dei “comenti” – gli interstizi delle tavole del fasciame – delle fibre di canapa o stoppa impregnate di pece, con un’apposita mazzuola e dei particolari scalpelli a punta piatta. E poi allestire tutto l’interno dell’imbarcazione. Levigarla. E poi la pittura. Ciascuna barca non sarà mai uguale a un’altra. E ciascuna richiede dai sette ai quaranta giorni di lavoro, per le più piccole, e persino più di un anno di lavoro, per quelle di più di venti metri. Se sei bravo. E se hai dei buoni collaboratori. Qualcuno ha compiuto il passo di riconvertirsi, realizzando capannoni, dotandosi di attrezzatura moderna, includendo nella propria attività una fase di progettazione tecnica e di coordinamento amministrativo e commerciale, optando per la produzione anche di barche da diporto, utilizzando materiali quali il metallo e la plastica.

È il caso ad esempio del cantiere Arturo Stabile di Trapani, che ormai realizza in legno solo gli interni delle barche in vetroresina, e si è guadagnato un suo posto nell’ambito della cantieristica nazionale. Lo stesso vale per il cantiere navale artigiano DaRoMarCi, sempre a Trapani, che vanta ben sette generazioni di maestri d’ascia. “È il tempo che fa la differenza tra resina e legno. Sia nella costruzione che nella manutenzione che nel cabotaggio”, spiega Giacomo Cintura, maestro d’ascia e costruttore navale, ultimo esponente del gruppo di soci che ha dato vita all’attuale denominazione d’impresa. “Se prima avanzavi un paio d’ore della tua giornata, ora hai un quarto d’ora. Di base tutti andiamo sempre di fretta. Il legno ha il suo fascino, ma richiede un mare di tempo”.

Una volta, intorno alla costruzione della barca, girava tutta la vita di una comunità. Sardare, paranze, tartane, feluche, varchi, speronare e piccole barche da pesca in genere sono alcune delle imbarcazioni che caratterizzano la marineria siciliana. Oltre ai classici gozzi e alle lance presenti in maniera generalizzata lungo le coste del Mediterraneo. Una piccola cantieristica, quella isolana, che rispondeva in passato a due esigenze fondamentali, quella della pesca e del traffico mercantile di piccolo cabotaggio, come quello del sale, vino, olio, grano, pesce salato e zolfo. Ma non mancavano anche imbarcazioni più grandi e specializzate per la pesca del tonno, del corallo e del pesce spada.

Ultimata la costruzione, anche l’apparato decorativo, quello che veniva impresso dal “pingisanti” con la mano finale di pittura, era importantissimo, poiché non dipendeva solo dai gusti estetici del singolo o della famiglia committente, ma rispondeva originariamente a precise funzioni simboliche, propiziatorie e apotropaiche da cui discendeva tutta la vita dell’imbarcazione e l’andamento dell’attività economica del singolo imprenditore e dell’intera comunità. Sul fasciame di prua si era soliti dipingere una sirena o un cavalluccio marino, in alcuni casi la cornucopia. O anche piccoli motivi ornamentali, come festoni fitiformi, motivi geometrici, fiori, pesci e uccellini. Non è raro trovare impresse immagini di un santo o di una santa. Oppure quella millenaria dell’occhio portafortuna e “cacciamalanni”. Più variopinte e riccamente decorate quelle catanesi e palermitane, più sobrie e lineari quelle siracusane e trapanesi.

Per potersi fregiare ufficialmente del titolo di maestro d’ascia è previsto un lungo percorso di apprendimento stabilito per legge. Si svolge un tirocinio di almeno trentasei mesi in un cantiere navale sotto la direzione di un altro maestro d’ascia, iscritto nel Registro del personale tecnico delle costruzioni, il quale rilascia poi un attestato, da presentare in una delle Capitanerie di Porto italiane abilitate. A questo punto si può essere ammessi per sostenere un esame che verte su qualsiasi argomento concernente lo scafo in legno, l’armo velico, i disegni e i tracciati. Superato l’esame si diventa allievi, e dopo un successivo periodo si ottiene la qualifica di maestro d’ascia che, oltre a costruire, può firmare progettiper realizzare imbarcazioni fino a 150 tonnellate di stazza lorda. Ma l’esame non basta. Non bastano i tre anni. Ci vuole l’esperienza, ci vuole dedizione totale, occhio, intuito. E amore. Amore per il legno, per il mare, amore per il lavoro delle proprie mani.