Per San Giuseppe a Leonforte si preparano le “cuddure” per gli “artara”, tavoli votivi di alimenti, una tradizione seicentesca che affonda le radici nei vangeli apocrifi

di Simonetta Trovato
foto Sigismondo Novello

Si ringrazia per una guarigione insperata, per un lavoro ottenuto, per un figlio ritrovato. Si prega per superare un momento triste, per il parente che sta male. Sulla scia di quelle donne che durante la guerra facevano un voto per vedere tornare i mariti dal frante, a Leonforte si fanno le “prummisioni” e si addobbano gli “artara di san Giuse’ ”.

E si cucina, insieme, dando forme millenarie alle cuddure (i pani “scanati”), ai dolci con la paparina (i semi di sesamo), ‘i spinci (o sfingi o sfinci), ovvero polpette di mollica di pane fritte e ricoperte di zucchero, alla pagnuccata dura come la pietra, ai mostaccioli divino cotto nel miele, torrone e mostarda o buccellati con la marmellata di fichi e noci. Carne no, perché sempre di Quaresima si tratta; ma campo libero a fave, ceci, noci, mandorle, prugne, anche melograni e uva che una volta venivano fatti appassire nelle cantine e oggi invece – epoca globale – si trovano al mercato anche a marzo.
Insomma, la festa di San Giuseppe a Leonforte affonda nelle pieghe di una tradizione seicentesca che, a sua volta, pesca dai Vangeli Apocrifi visto che gli “artara” non sono altro che la scenografica mise en place del “cunsolo da Bedda Matri”, ovvero della consolazione della Vergine Maria alla morte di San Giuseppe.

A Leonforte sono da sempre le donne a dedicarsi agli “artara” e soprattutto, preparare le “cuddure”: l’arte antica è passata dalle mani della novantenne Nunzia Potenza a quelle del giovane parrucchiere Giancarlo Arcaria, che usa solo forbici e coltello per scolpire i pani antichi: anche la sua è una “prummisioni”, ma a vita. Ormai è Giancarlo, con pazienza estrema, ad aver raccolto tutte le ricette e soprattutto, i rituali della preparazione: ogni anno, quando si avvicina la festa, parecchie famiglie cominciano la preparazione degli “artara” legati sempre ad un voto.

“I periodi più belli sono la preparazione delle Cuddure e la riconsegna dei rituali, che iniziano il primo venerdì di marzo con “’u Traficu di san Giuseppe” che coinvolge tutti i vicini della famiglia che ha fatto il voto – racconta Alfredo Crimì, archeologo e ricercatore di tradizioni popolari, pronto a raccontare i procedimenti –. Senza dimenticare che la festa era una sorta di “bibbia dei poveri”, i simboli usati erano di facile ed immediata comprensione anche tra gli analfabeti. La festa dura due giorni, il 18 e il 19 marzo, si apre con la presentazione degli “artara” e si chiude con la “cena dei santi”. “‘u dettu”, la preghiera dialettale ripetuta tre volte, apre le porte di ogni casa dove è allestito l’artara e dove sono seduti i “santi”: chi rappresenta Gesù, scandisce il ritmo e tutti lo seguono. La padrona di casa lava i piedi del santo col vino e lo getta sotto la tavola. Si mangiano tre spicchi d’arancia,la padrona spezza il “pane della cena” e lo distribuisce ai santi. Ai presenti vengono serviti pasta con i ceci, con il sugo e con le sarde, cardi e finocchi raccolti nei campi e fritti. “La festa nacque in tempi di povertà assoluta, l’artara di san Giuseppe per alcuni era l’unica occasione annuale di mangiare a sufficienza, visto che alla fine tutto veniva distribuito ai poveri”, racconta Crimì.

E veniamo alle “cuddure” della tradizione: la base è sempre il pane molto lavorato (scanato) fino a farlo diventare duro e croccante, reso lucido dal tuorlo d’uovo spennellato sopra, cosparso di semi di sesamo. Ognuna è un trionfo scenografico, rappresenta un santo, e ne riporta i simboli: per la cuddura do Signuri, colomba, mela e pera, carciofo, spighe di grano e grappoli d’uva, tre chiodi, corona di spine, tenaglia e martello, croce con l’iscrizione INRI, lenzuolo della deposizione, scala; per la cuddura da Madonna: mano con anello nuziale, foglia di niputedda (erba amara), rosa, colomba, grappoli d’uva e corona del rosario; per u’ vastuni di San Giusé, barba, cufittedda con gli arnesi di lavoro del falegname. E così via per Sant’Anna, San Gioacchino, per la Maddalena, per San Giovanni, San Pietro. “Ogni artara segue un preciso ordine sulle posizioni degli alimenti: avvolto nel ‘cielo’ di veli nuziali, sotto un quadro di San Giuseppe, accoglie i dolci, gli spicchi di arance – tre per ogni piatto, simbolo della Trinità -, le cuddure alle estremità del tavolo. Tre gradini: sul più alto, il crocifisso con due candelabri, ai piedi un piattino con la mollica, simbolo dell’umanità. Sul secondo gradino, una cuddura circolare, ovvero l’ostensorio con un’immaginetta sotto vetro, che verrà poi conservato dalla padrona di casa; sul terzo, il bastone di san Giuseppe, sempre di pane. Al centro, il ‘pane dei santi’, circolare, con tanti mozzi quanti sono i santi seduti al tavolo, numero deciso in precedenza dalla famiglia che ha fatto il voto, da un minimo di tre (Gesù, Giuseppe e Maria) a un massimo di tredici, sempre e comunque in numero dispari”.

L’artara non viene mai lasciato solo durante i due giorni, né più né meno una veglia funebre; ogni casa che ospita un “artara” ha una piccola luce a forma di stella davanti alla porta. “Se il voto non è sincero, per esempio una rappacificazione tra famiglie – sorride Alfredo Crimì – san Giuseppe si può arrabbiare. E allora può succedere di tutto, anche che i cibi si guastino”. Infine, una raccomandazione: chi riceve le “cuddure”, non deve mai dire “grazie”. Dare ai poveri (di allora) doveva essere un dovere e non ci si aspettava nulla in cambio. Neanche un grazie.