Il desiderio di ogni bambino? Dare vita ai propri pupazzi, creare storie con loro come protagonisti. Luca Papaianni dà vita a tutto questo con una macchina fotografica. Un gioco con gli occhi di un adulto per tornare piccini

di Alessia Franco

Tutto cominciò per gioco, come spesso accade. Luca era un bambino schivo, che si era da poco trasferito da Cosenza nel paesino di Civita, vicinissimo alla Basilicata e immerso nel parco del Pollino.
Aveva una passione, quella delle auto, e come ogni bambino  che si rispetti aveva anche un sogno molto più grande di lui: possedere tutte le auto del mondo. Si rendeva conto di quanto i costi rendessero questo suo sogno irrealizzabile, eppure in un certo senso ce la fece: iniziò a collezionare piccole automobili in scala. Come fanno molti bambini. Ma lui, Luca Papaianni, non voleva fermarsi al collezionismo.
“Non mi bastava: volevo convincere tutti, in primis i miei genitori e poi i parenti, gli amici di famiglia, che io quelle macchine le avevo davvero. E l’unico modo per farlo – racconta – era attraverso la fotografia. I miei primi esperimenti sono stati appunto quando ero molto piccolo, con una macchina analogica di cui bruciai il rullino. Poi arrivarono nella mia vita le compatte digitali, e  là si videro i primi risultati”.
Nei suoi studi da autodidatta, immerso in una natura totale e totalizzante, Luca Papaianni sperimentò proporzioni, scale, prospettive. Portava fuori i suoi modellini e si stendeva a pancia a terra con la sua macchina fotografica, a volte per ore, ideando paesaggi in scala, tentando, a volte ai limiti del contorsionismo, di puntare con l’obiettivo al minuscolo abitacolo dell’auto, per dare l’impressione che al volante ci fosse proprio lui. Per questa smania di voler “entrare” nell’auto, gli scatti sono spesso sfocati. Luca studia, osserva, sperimenta.
Lui che non ha molto dialogo con i suoi concittadini di Civita, lui che da Cosenza si è trasferito, all’inizio delle scuole elementari, in quella cittadina con un fortissimo senso della comunità, che lo fa sentire escluso. Una situazione che, sebbene migliorata, continua anche ora.
“Mio padre è comandante dei Carabinieri, siamo venuti qua per il suo lavoro – dice il fotografo ventitreenne – Al mio arrivo, mi sono sentito strano e straniero. Non è stata una bella sensazione, appena potevo mi immergevo nel parco del Pollino con le mie piccole auto e inventavo scene, storie”.
Circa quattro anni fa, avviene una svolta: Papaianni inizia a fotografare modellini di personaggi che in qualche modo lo rispecchiano. Personaggi presi dai fumetti, dai cartoni animati, dai film.
Il primo è stato Paperino: “Sfortunato in tutto, nel lavoro come nella vita privata. E ce n’è un altro molto simile a lui anche nella cultura giapponese – continua Papaianni – si chiama Nobita ed è tra i protagonisti della serie Doraemon. Solo che, a differenza di loro due, veri scansafatiche e pigri, in generale, a me piace darmi da fare. Così, ho messo i miei personaggi-alter ego in situazioni reali, immersi nella voglia di fare, nella voglia di vivere”.
Il giovane fotografo inizia a portare i suoi personaggi ai musei, nelle sue escursioni, li inzuppa nella vita reale. Scopre altre affinità con i modelli di Arsenio Lupin – di cui ama l’ironia e il suo prendersi gioco di chi tenta invece di ingannarlo –  e Freddie Mercury, con la sua musica.
“Che – precisa Luca – è anche la mia. Una delle foto che amo di più è proprio quella con Mercury alle prese con la fotografia. E poi c’è Jack Sparrow, un pirata un po’ stupido e un po’ matto, incapace di fare del male e divertente”.
Gli acquirenti dei suoi insoliti scatti, che in questi anni sono andati in giro per i territorio (ma mai, significativamente, a Civita) non sono bambini, anche se non è possibile inquadrarli in un tipo definito. Probabilmente, chi acquista vede insieme l’occhio adulto e lo sguardo incantato di chi pensa che smettere di giocare sia il primo passo per morire. 
Il confronto con altri fotografi ha aperto a Luca un mondo che pensava non esistesse, popolato di gente con i suoi stessi interessi. E poi, sotto insistenza della sua ragazza, ha messo in mostra, anche virtuale, i suoi lavori su facebook.
Il bambino timido di una volta inizia a ideare nuovi scenari, come delle miniature che riproducono la sua stanza: luogo del rifugio e del sogno, quando a fare da sfondo non è la natura.
Basta affacciarsi dalla finestra di casa, però, per vedere le cime del parco in tutta la loro maestà, per sentirsi parte di una terra che è ancora lo sfondo privilegiato di Luca Papaianni.
Se gli chiedi come si immagina tra dieci anni, risponde: fotografo e un po’ bambino. Magari con uno studio tutto suo. Per il momento continua a scattare con gioia, a sperimentare, a realizzare i suoi particolarissimi lavori. 
Anche se per vivere, attualmente, fa il barista: “Io ho voglia di fare, non mi arrendo. E sto imparando ad affrontare nuove sfide anche facendo un caffè non nella tranquillità di casa, ma davanti a un cliente che ti guarda. Mi piace parlare, mettere sempre ironia in quello che faccio”.
Scommettiamo che, con l’ironia, la sperimentazione, la voglia di fare e di (far) sognare, questo fabbricante di sogni fuori da ogni tempo e da ogni luogo ce la farà, e anche presto, a farsi conoscere come merita?

Marzo 2018