Un albergo diffuso, un museo naturalistico. Visite guidate con studenti e stranieri: il progetto di Nicola Bloise, cominciato venti anni fa, di riportare persone e mestieri dentro l’antico borgo di Morano Calabro è diventato realtà. E un esempio per tutti

di Antonella Lombardi
Fotografie di Asmara Bassetti e Oreste Montebello

“Vediamo se nel deserto si può creare qualcosa di bello”. Così Nicola Bloise, ingegnere civile di Morano Calabro, borgo in provincia di Cosenza nel Parco nazionale del Pollino, ha deciso di recuperare quel grappolo di case arroccate lungo la Valle del Coscile, in quella che era la via fluviale della Magna Grecia “per farne un modello culturale di sviluppo per il territorio. Un progetto che inizia come un mosaico nel 1999, tra lo scetticismo e la contrarietà di tanti”. Oggi quel progetto si chiama il Nibbio, e pur non ricevendo un euro di finanziamenti pubblici è un esempio di ospitalità diffusa, ha un museo naturalistico, diverse attività in cantiere ed è stato inserito dal Touring Club Italia nella classifica delle dimore “Top charme” del Belpaese.
Un’utopia possibile, testardamente voluta da questo ingegnere con la passione per l’ambiente che a un certo punto decide di licenziarsi dal suo lavoro di dirigente Anas per realizzare un sogno. “Sono nato e cresciuto a Morano, ma inizialmente facevo l’ingegnere in Toscana – racconta – e ogni volta che rientravo, vedere questo paese meraviglioso abbandonato all’incuria mi addolorava. Sottrarlo al degrado è stata una sfida culturale, soprattutto perché dovevo far capire ai miei concittadini che quelle case storiche erano un tesoro da recuperare. Così ho decico di iniziare un’opera di salvataggio insieme ai miei fratelli”. Ai due, Sandro e Pasquale, uno farmacista, l’altro dirigente veterinario, si affiancano presto altri professionisti che hanno a cuore il luogo: “Arrivano geologi, naturalisti, professionisti di ogni tipo, riusciamo a catalizzare l’attenzione di tante persone che scelgono di partecipare a un salvataggio in piena regola senza scopo di lucro. Cominciamo con il comprare le case che nessuno voleva più a pochi soldi”.
Le prime reazioni non si fanno attendere. “Se penso agli inizi ricordo la sensazione di sollievo di molti, finalmente felici che qualcuno li avesse liberati di quel ciarpame – dice – poi i sospetti: mi vedevano quasi come un usurpatore, ‘chissà cosa vuole fare con tutte quelle case che ha comprato’, dicevano. Oggi tutti si avvicinano e vogliono partecipare al Nibbio, ma la cosa che più mi fa piacere è che adesso credono in un modello alternativo di sviluppo e ne sono attori”. Perché il recupero di Nicola Bloise non si ferma alle case, ma coinvolge anche le persone, non senza fatica: “C’erano decine di maestranze e professionalità che erano emarginate socialmente perché ormai fuori da ogni processo produttivo. Dopo la fatica iniziale per convincerli a rimettersi in gioco, a non buttare gli oggetti, ma a recuperarli, è stato tutto un rifiorire di case e persone, in un modello alternativo di sviluppo che ha rotto la corsa al consumismo che in fondo li aveva impoveriti”.
Perché per Bloise il rapporto con l’ambiente passa anche da questi “nodi irrisolti della questione meridionale”, trasformando così un borgo in un vero “social network” che comincia ad attirare curiosi e studiosi da diversi Paesi. “Sono venuti a trovarci anche dei professori dell’Università di Ginevra – ricorda – volevano capire come siamo riusciti a fare tutto questo senza finanziamenti pubblici”. Il meccanismo è semplice quanto ingegnoso: la formula è quella dell’associazione, alla quale si aderisce con una tessera, fatta a distanza, che costa dieci euro all’anno. “Una volta diventato socio, si sposa l’idea del progetto: il Nibbio è composto da undici case di albergo diffuso, dove si può soggiornare. Un borgo nell’anima di un borgo che è oggi un centro studi naturalistici della zona del Pollino”. Oltre al versante della ricezione, infatti, c’è quello formativo: il circuito del museo naturalistico, ad esempio, che è organizzato in sezioni e intervallato da alcune botteghe artigiane perfettamente recuperate per testimoniare le tracce di un patrimonio artigianale spesso estinto in seguito i flussi migratori tra le due guerre. Dalla bottega del falegname a quella del ciabattino, fino al palmento dove si pigiava l’uva per produrre il vino a uso familiare. Un recupero che piace non solo agli studenti che vengono in visita qui, “oltre diecimila da Campania, Puglia, Calabria, Basilicata e Sicilia – dice – ma anche da molti utenti del Nord Europa che cercano un vero borgo animato e un modello di accoglienza diverso. Non essendoci scopo di lucro, infatti, ciascuno offre quello che vuole, magari mettendosi a servizio per qualche attività, come in una sorta di banca del tempo, e ci si ritrova con il piacere autentico di incontrare le persone, riscoprendo il viaggio come metafora, e imparando a rispettare l’ambiente”. Perché, dai materiali ai modelli di consumo tutto a Morano Calabro viene recuperato. “Recuperiamo i mobili gettati dalle persone, creiamo lampade e oggetti d’arte anche dai rifiuti”, spiega Nicola. All’interno un modello di ospitalità sostenibile e solidale. “Le nostre case rappresentano un’ alternativa a formule ricettive più conosciute come quelle dell’agriturismo o del bed and breakfast”. A esempio, c’è la “soffitta dei ricordi”, dove oggetti vintage compongono l’arredo essenziale, o la “torretta del poeta”, che come un avamposto si specchia sul massiccio del Pollino, o la “soffitta delle ginestre”, con i tessuti realizzati a mano, a telaio. E ai costi vivi si fa fronte in altro modo. “Abbiamo fatto diversi allestimenti per altri musei come un grande diorama lungo quindici metri alla villa vecchia di Cosenza dove abbiamo riprodotto l’habitat della foce del Crati con dentro gli animali. Il ricavato, trentamila euro, lo abbiamo reinvestito nel Nibbio, che rientra nell’ Anms, l’Associazione nazionale dei musei scientifici, una rete di diffusione della museologia scientifica in Italia che fa da collegamento fra le istituzioni e gli operatori. Sul versante pubblico nessuna amministrazione ci ha sovvenzionati, ci siamo autogestiti e autofinanziati – sottolinea con orgoglio – spiace constatare che negli anni nove centri visita del Parco del Pollino sono costati un miliardo e sono tutti chiusi e non agibili. Ora si sono resi conto che il nostro è il modello vincente, perché lo facciamo con amore e con il coinvolgimento di tanti professionisti che credono in questa forma di investimento”.
Lasciando un segno anche nelle future generazioni, come gli universitari: “Essendo partner dell’Università della Calabria possiamo far utilizzare agli studenti il Nibbio come sede per i tirocini, facendo loro guadagnare crediti formativi”. Ma le attività si aprono a ventaglio, e dalle case si è passati ai laboratori didattici, alla videoteca con materiali sull’intero territorio calabrese e lucano, al caffè letterario, al giardino. “Sotto il castello c’è un giardino bellissimo nel quale organizziamo concerti, proiezioni – aggiunge – e da un rudere che mi è stato regalato ho ricavato una cucina ristrutturata. Questo è un modello sostenibile che si regge da solo”. Una bella soddisfazione per un ingegnere che quattro anni fa ha deciso di lasciare il suo lavoro per buttarsi anima e corpo in un progetto avviato quasi venti anni fa, quando era considerato solo un visionario. “È stata una scelta arrivata naturalmente – ammette – a un certo punto della mia vita mi sono chiesto perché dovevo buttare il mio tempo per inseguire il profitto. Per me è più importante vivere in armonia con l’ambiente e contribuire a modellare le menti”.
E i sogni vanno avanti anche quando la vita si mette di traverso. “C’è una chiesa sconsacrata del 1200, poi modificata nel ‘600, era dei principi di Sanseverino, i feudatari della zona. Abbiamo voluto salvarla con mia figlia, seguendo il modello del “Paradiso” di Amsterdam, quel tempio della musica sorto in un edificio che ospitava una chiesa dove, tra gli altri, si sono esibiti artisti come i Rolling Stones, Nirvana, Cure, Lenny Kravitz, Suzanne Vega. Mia figlia era una brava bassista, l’ho persa all’età di diciannove anni. Adesso la chiesa sarà restaurata per farne un laboratorio permanente di musica e arti visive per la collettività e gli artisti che vorranno esibirsi. Il progetto si chiama “Purgatorio MusicLab”, contiamo di avviare presto una piattaforma di crowdfunding per farlo funzionare. Vorremmo aprirlo a dei professionisti che a titolo gratuito possano anche insegnare la musica ai bambini e ai ragazzi del borgo.
Se sono un visionario? Forse. Ma in fondo questa è quella lucida follia che serve. Ora in tanti hanno capito che i pazzi sono loro, noi vogliamo solo aiutare gli altri a realizzare un sogno collettivo”.

Marzo 2018