Dal 2008, anno di uscita del suo primo disco, ad oggi è sull’onda di un inesorabile successo. Dario Brunori, in arte Brunori Sas, è la nuova icona della musica indie italiana. La sua fonte di ispirazione? La Calabria

di Marta Gentilucci

L’ultimo disco lo ha scritto sull’Aspromonte, la zona più impervia della Calabria, in una vecchia masseria del 1100, con solo una chitarra e una manciata di inquietudini che hanno dato vita alle canzoni.
E dopo ogni tour, quando ha bisogno di mettere ordine al caos delle centinaia di voci, volti, rumori, incontrati sulla via, di riappropriarsi di silenzi e ritmi lenti, torna nella sua casa di San Fili, meno di tremila anime in provincia di Cosenza. Poco distante da Joggi, il luogo dove ha trascorso l’infanzia, “un paesino addormentato sul cocuzzolo” che ormai sta scomparendo. Punto di partenza ma anche di ritorno.
“È difficile spiegare quando ci sei cresciuto, per me stare qui significa soprattutto trovare ordine in alcune immagini, anche in alcuni incontri che si possono fare con le persone e i luoghi, vivere in un tempo fuori dal tempo. La cosa più bella e più brutta della Calabria? Io”. Nell’album d’esordio, Vol. 1, del 2009, cantava : « Ho lasciato i sogni chiusi nell’armadio, che dentro al cassetto non ci stanno più”. Ma adesso Brunori Sas, cantautore, all’anagrafe Dario Brunori, coi suoi quarant’anni compiuti a settembre, di sogni ne ha realizzati parecchi. Ha un programma tutto suo su Rai3, dove indaga i tarli della vita moderna con piglio ironico e un’ingenuità da eroe buono; è quasi ovunque sold out con un nuovo spettacolo a teatro, Canzoni e monologhi sull’incertezza. E l’anno scorso è uscito il suo quarto album, A casa tutto bene. “Sto esorcizzando lo stereotipo del calabrese che non fa nulla…”. Potrebbe vivere a Milano, più vicino agli addetti ai lavori, “a mangiare uramaki brasiliani sui Navigli” – scherza lui – e invece “casa” è ancora la Calabria. Perché, dietro quel viso barbuto e quegli occhiali dalla montatura spessa divenuti un po’ il simbolo del nuovo cantautorato italiano, Brunori continua a sentirsi così: un calabrese di Joggi con una sana diffidenza per le mode contemporanee (comprese quelle culinarie) e una passione profonda per la mamma e gli spaghetti al sugo.
Tanto che la signora Brunori – anzi la “mammarella”, come la chiama lui – compare anche su Rai3: Dario l’ha voluta con sé in questa inedita esperienza da showman televisivo, a cucinare la pasta e a tempestare il figlio di telefonate (“Hai mangiato?”), come una vera donna del Sud.
“Ho vissuto dieci anni in una piccola città come Siena per motivi di studio e lavoro –racconta – ma la città mi piace solo a piccole dosi. Amo le atmosfere tranquille, il verde, le passeggiate e il silenzio. Non sono campanilista, non sono un fautore della calabresità a tutti i costi. Ma nella mia regione ci sono cose meravigliose che non ritrovo altrove. Cose che riguardano la natura ma anche gli esseri umani, il modo di vivere meridionale. È stato bello ritrovarle al mio ritorno dalla Toscana. Ora non riesco più a farne a meno”.
Quando è tornato in Calabria, dopo i dieci anni senesi da “terrone fuori-sede”, Brunori si era probabilmente rassegnato a lavorare nella piccola ditta di mattoni del padre, una SAS, appunto. E invece, quando iniziavano già a spuntare i primi capelli bianchi, è arrivato il successo. Per caso, nel 2009, con un album d’esordio che ha venduto circa settemila copie e che lo ha consacrato volto-icona del panorama musicale indie, apripista di tutta una nuova generazione di cantautori come Francesco Motta e Calcutta.
Nessuna “rivoluzione copernicana”, però: merito delle canzoni che arrivano dritte al cuore: Come stai?, Guardia ’82, Lui, lei, Firenze. Pochi accordi e testi che ritraggono una generazione confusa a cavallo tra tempi vecchi e tempi nuovi, assillata dalla precarietà lavorativa e sentimentale, in fuga continua dai luoghi e da se stessi. Sullo sfondo la Calabria di quando era bambino, con la spiaggia rovente di Guardia Piemontese colma di lattine anni ’80 e palloni sgonfi. “Non scrivo testi riferibili direttamente alla Calabria, eppure nella mia parte sarcastica e anche un po’ disillusa, nella mia attitudine poetica e un po’ nostalgica, nel narrare storie e sentimento, c’è sempre un’amarezza, una disillusione, che è figlia della mia terra”.
E ancora: “In un certo senso ho proseguito la produzione dei mattoni creando dei dischi che in quanto a densità e pesantezza non sono da meno. I miei fratelli però ora si stanno spostando verso il fotovoltaico e si occupano di fonti di energia rinnovabile. Questa è una buona cosa”.
Nel 2011 esce il secondo album, Poveri Cristi (Vol. 2), e nello stesso anno, nasce l’etichetta Picicca dischi, di cui è il fondatore insieme a Simona Marrazzo e Matteo Zanobini.
Del 2014 è Il Cammino di Santiago in Taxi (Vol. 3), album dei paradossi a partire dal titolo, ispirato dalla vera storia di una signora borghese che, decisa a coniugare spiritualità e comfort, prende davvero il taxi per andare a Santiago de Campostela. Meno ironico dei precedenti, ritrae un mondo allo sbaraglio fatto di vecchiette che cercano marito in televisione, di citazioni sbagliate e signori attempati che corteggiano le quindicenni. Dove non ci seppellirà una risata ma la spazzatura. Ma Brunori non pontifica: “Quando critico mi ci metto sempre in mezzo anch’io, perché mi sembra stupido criticare dall’alto. Anzi forse chi si sente di non appartenere al marcio, tirandosene fuori, compie il peccato più grave. L’unica cosa importante è mantenere una consapevolezza critica senza farsi sovrastare da tutto quello che ci arriva, che è una mole di input enorme e indifferenziata”.
Nel suo ultimo album, uscito a gennaio del 2017, c’è la canzone vincitrice della Targa Tenco, La verità. Ma ce n’è anche un’altra che è la sigla di Brunori Sa, il suo programma su Rai3. S’intitola La vita liquida ed è il desiderio di diventare liquido, come il mare della Calabria. Ci si immagina sull’Aspromonte, tra le rocce secolari e i letti secchi delle fiumare, tra le vallate silenziose che odorano di mirto, nepitella e pelo di capra. Si avverte il tempo immobile della pietra inospitale, di una “terra che continua a evocare mostri e fantasmi, ma che al tempo stesso si rivela luogo unico, di una bellezza selvaggia”.
E forse il segreto di Brunori è tutto lì: avere un piede in una provincia del Cosentino ferma agli anni Ottanta e l’altro piede nella metropoli proiettata frettolosamente al futuro. Andare via per poi ritornare. Perché, come scriveva Pavese, “Un paese ci vuole, anche solo per fuggire via”.

Maggio 2018