59 anni di lavoro,164 visite al pronto soccorso, 11 costole rotte, 3 coltellate, 76 macchine fotografiche rotte. È questo il bilancio (parziale) del re dei paparazzi Rino Barillari. Partito a 14 anni da Limbadi per raccontare la Dolce vita di Roma

di Lucia Esposito

“Quando mi chiedono: Rino, where are you from?, io rispondo: I come from Calabria perché quella è la mia terra, da lì è cominciato tutto”. Da bambino, come Totò del film Nuovo cinema paradiso, Rino Barillari aiutava suo zio Peppino Rascaglia – che di mestiere faceva il radiotecnico – a proiettare film nelle piazze dei paesini. Il piccolo Rino rimaneva incantato davanti alle storie e ai volti delle star di Hollywood, che ridevano e piangevano e poi si innamoravano e si scambiavano baci appassionati e travolgenti. “Rivedevo i film due o tre volte e imparavo a memoria le battute. Pensavo che mi sarebbe piaciuto conoscere quei personaggi, avrei voluto che uscissero dallo schermo…”.
A quattordici anni, Rino lascia Limbadi, il suo paese che allora era in provincia di Catanzaro e oggi è in quella di Vibo Valentia, e sale su un treno di terza classe diretto a Roma con il suo amico Nino Redi.  È lui che va incontro, pieno di sogni e con lo spirito d’avventura di un ragazzino, al mondo dorato che aveva scoperto nei film. “Appena arrivato mi sentivo uno straniero, parlavo solo il calabrese e pochi mi capivano. Trovai lavoro a Fontana di Trevi e a me sembrava di essere a Hollywood. Quello fu il mio ingresso ufficiale nel mondo della fotografia. Aiutavo gli ‘scattini’ che facevano le foto ricordo ai turisti. Venivo pagato per fermare la gente che passava in modo che l’immagine fosse pulita, senza la presenza di estranei. Ho imparato a fotografare guardando gli altri, ma io non facevo capire che mentre scattavano carpivo i segreti del mestiere. Loro usavano la Rollei con il flash. Messa a fuoco a tre metri, diaframma 11 e scattavano. Poi, su un blocchetto, scrivevano formato e numero di copie. E io la notte le portavo negli alberghi dove dormivano i turisti. Guadagnavo dieci lire per ogni consegna. Mentre passeggiavo nelle notti romane mi capitava di incontrare personaggi famosi, a quel tempo erano tutti tra piazza di Spagna, piazza Navona, via Veneto e via Condotti, così andai a Porta Portese e comprai la mia prima macchina fotografica. Era una Comet Bencini. Scattavo e poi andavo all’Associated Press o all’Ansa a vendere i negativi. Non avevo ancora un ufficio e sviluppavo da loro. Guadagnavo poco, ma ogni giorno imparavo qualcosa. Settecentocinquanta lire, a volte 1500, altre 2500”.
Barillari era pronto a tutto per uno scatto. E lo è ancora adesso che ha 73 anni ed è il “King dei paparazzi”. Ha ottenuto decine di riconoscimenti e centinaia di premi, con le sue foto sono state organizzate mostre in tutto il mondo e ha ricevuto anche una laurea honoris causa in Fotografia alla università di Xi’an, in Cina, ma lui ha in testa e nel cuore un progetto che lo riporta a quelle radici che non ha mai reciso: “Il mio desiderio è pubblicare il libro ‘La mia Calabria’, una raccolta di foto della mia terra che sono cartoline di vita quotidiana. Niente vip, niente ristoranti di lusso e alberghi stellati ma sacrifici, lavoro, sudore. La donna che cucina e si occupa dei figli, gli uomini che lavorano spezzandosi la schiena, gli anziani che sono ancora il fulcro della famiglia e poi l’amore per la terra che dà i frutti… Voglio mostrare quei valori che altrove si sono perduti e che in Calabria resistono. Al mio paese ci torno ogni volta che posso, non lascio passare mai troppo tempo perché lì sono sepolti i miei morti, c’è la mia storia. Appena avrò un po’ di tempo mi dedicherò a questo libro che sarà un omaggio alla mia regione: un mondo nel mondo per i suoi colori, i sapori, per i profumi. Io la Calabria me la sono portata dentro, in giro per il mondo, in tutti questi anni”.
Nella sua carriera Barillari è sempre stato convinto che se una foto è “facile” non vale molto. Per questo ha fatto a botte con Marlon Brando, ha sfidato Charles Aznavour a colpi di karate, ha preso un ceffone dall’astronauta Buzz Aldrin, un gelato in faccia dall’attrice Sonia Romanoff, un secchiello pieno di ghiaccio in testa dal parrucchiere di Claudia Schiffer…. In 59 anni, tra inseguimenti, travestimenti e appostamenti ha collezionato 164 visite al pronto soccorso, undici costole rotte, tre coltellate alla gamba per aver fotografato alcuni tifosi laziali, 76 macchine fotografiche ridotte in frantumi, 40 flash divelti, molte manganellate durante le manifestazioni di piazza e, negli anni di piombo è stato coinvolto in numerose sparatorie.
La fama arriva quando lui stesso diventa una notizia.  Barillari fotografò Peter O’Toole in via Veneto e l’attore cominciò a picchiarlo fino a spaccargli un orecchio. “Ero minorenne. Intervenne mio padre che lo denunciò. Era il ‘63, ne parlarono tutti. Alla fine l’attore di Lawrence d’Arabia ci risarcì con un milione di lire, mio padre, che lavorava al bar del dopolavoro, mi diede cinquantamila lire, che all’epoca erano tantissime”.
Rino Barillari è da sempre in prima linea. Passeggia con l’occhio vigile per le vie del centro, si apposta davanti ai ristoranti, ha una rete di informatori, assolutamente segreta, che lo avvisa via sms o whatsapp quando c’è un personaggio o una situazione interessante. E lui è pronto a scattare, la macchina fotografica appesa al collo, una cravatta sempre in tasca, “non si sa mai, a volte devo entrare in locali di un certo tipo e allora ho il look giusto”, al collo il ciondolo con la scritta “La guerra è la guerra” che è il suo motto.
Sulla notizia, a volte dentro la notizia. Ha attraversato gli anni patinati della Dolce Vita romana, è passato attraverso quelli bui del terrorismo fino a oggi, in trincea a resistere con le sue Nikon o Leica contro l’avanzata spietata dei cellulari e lo strapotere dei social network. Ha immortalato davvero tutti: Richard Burton e Liz Taylor, Audrey Hepburn e Mel Ferrer sulla Scalinata di Trinità dei Monti, Brigitte Bardot con Gunter Sachs e poi Frank Sinatra, Sofia Loren e Carlo Ponti, Virna Lisi “di una bellezza che aumentava con gli anni” e poi il suo amico Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Robert De Niro. Praticamente tutti i vip internazionali e italiani. E poi politici, latitanti, criminali.
Barillari è sempre più convinto che per avere foto diverse, movimentate bisogna far arrabbiare il personaggio. “Negli anni ’60 dovevi sparargli il flash in faccia, il vip infastidito si copriva il viso e gli occhi con le mani e sembrava che volesse nascondersi, si aveva quell’effetto sorpresa che tanto piace ai lettori e ai direttori dei giornali. Allora era scoop. Spesso poi con i personaggi ti mettevi d’accordo. Fingevano di tirarti una sedia, un bicchiere pieno di vino. Tutto per creare immagini più movimentate. Ora anche un bambino con un cellulare può fregarti, poi sono gli stessi vip che pubblicano le foto su Instagram o Facebook che poi rimbalzano su tutti i siti di informazione. Quindi adesso oltre alla foto devo capire la situazione, ascoltare un dialogo, per fare uno scoop devo dare ai giornali non solo lo scatto ma anche una notizia. Purtroppo Roma non è più la stessa, non è più quel posto incantato dove la vita sembrava un film. Ora è solo una cartolina sbiadita, qui si sta sempre peggio e i vip non durano che qualche stagione”.
È orgoglioso di essere chiamato “paparazzo” perché per lui la fotografia di cronaca è la storia di un Paese mentre il ritratto è finzione. “Nei servizi posati, in cui il fotografo entra in casa e il personaggio finge di leggere o di riposare sul divano, c’è solo fiction. Ma la gente ha bisogno di verità, vuole sapere dove vanno a cena i personaggi famosi, dove vanno in vacanza, con chi…Il compito del paparazzo è appunto scoprire dei segreti”. Non è ancora stanco di svelare tradimenti, amori che sbocciano, pancini sospetti e figli che nascono. Lavora sempre, e sempre allo stesso modo: camminando per le vie del centro di Roma di notte e di giorno. Nonostante l’amore per la sua terra non crede potrà tornare a vivere in Calabria: “Mi sono risposato lì pochi mesi fa, qui ci sono i figli, i nipoti. I calabresi non sono egoisti, hanno rispetto verso gli altri. Tornare a casa significherebbe lasciare tutto…”. In questo “tutto” c’è la famiglia, certo, ma c’è soprattutto quel fuoco che gli brucia dentro da 59 anni, da quando appena quattordicenne è arrivato a Roma e ha cominciato a consumare le suola per trovare lo scatto giusto, quello di copertina.

Marzo 2018