Non lontano da Messina Giovanni Scarfone produce il suo vino con Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Nocera. Era partito per il Nord per non tornare mai più. Ma il richiamo della sua terra e l’esempio di suo padre lo hanno spinto a fare una scommessa. E il suo sogno si è realizzato

di Vincenzo Donatiello

Ciao Giovanni, raccontaci chi sei.
“Sono uno dei tanti ragazzi che a 18 anni ha preso la decisione di andare via dalla sua terra, per andare a studiare all’università di Bologna con l’idea che probabilmente non sarei mai ritornato nella mia Sicilia. E invece nel 2004, dopo la laurea in Agraria, è scattata in me la consapevolezza che recuperare le vigne da sempre coltivate da mio padre Carmelo era la cosa più giusta da fare”.

Cosa racconteresti del tuo territorio a un turista?
“Lo Stretto di Messina, secondo me, è uno dei posti paesaggisticamente parlando più belli al Mondo, ma anche tra i più martoriati dall’incuria dell’uomo. Le mie colline sono state devastate dagli anni ’70 in poi dalla cementificazione selvaggia e dall’abbandono ormai pressoché totale dell’agricoltura. È un territorio che purtroppo ha perso le sue tradizioni e i propri abitanti dovrebbero ritrovare l’orgoglio per contribuire al rilancio della propria terra”.

Ricordi il primo vitigno che hai vinificato? E qual è, invece, quello con cui vorresti confrontarti?
“Ho sempre lavorato le mie tre uve tipiche del territorio del Faro, il Nerello Mascalese, il Nerello Cappuccio e il Nocera, quelle che per intenderci ho trovato nella vigna di famiglia, con ceppi che superano gli ottanta anni di età. Il Nerello Mascalese è senz’altro quello che mi affascina di più, con la sua austerità e le sue durezze date dai tannini, ma anche il Nocera con la sua spiccata acidità ed il colore porpora che lo contraddistingue. Amo i vini Piemontesi, per cui mi piacerebbe potermi confrontare con il Nebbiolo”.

Ti piace viaggiare? Qual è il posto che ti ha particolarmente rapito?
“Non mi ritengo campanilista, ma la Sicilia rimane una terra così variegata ed unica che per me rimane il mio posto del cuore. Le contraddizioni qui da noi sono uniche, forse a volte inspiegabili per chi non conosce la storia delle varie provincie siciliane, ma sono proprio queste contraddizioni a rendere unica la Sicilia.”

Qual è il vino siciliano che ti avrebbe fatto piacere produrre?
“Il Grillo del mio amico Nino Barraco”.

Vino a tavola: qual è la tua idea di gastronomicità del vino?
“Il vino molto semplicemente va bevuto, goduto, ascoltato. La bevibilità e quindi l’adattamento ai cibi, quella che ti permette di finire una bottiglia e avere voglia di berne ancora”.

Hai un mentore?
“Devo essere sincero, nel mondo del vino ho tanti carissimi amici con cui ci confrontiamo continuamente sulle nostre esperienze reciproche, e ogni volta si impara qualcosa di nuovo, ma se devo fare il nome di un mentore non posso che fare quello di mio papà, anche lui d’altronde è stato molto prima di me un produttore di vino, seppur per uso familiare. È da lui che ho imparato il rispetto per la terra ed è lui che ringrazierò per sempre per avere fatto nascere in me questa passione”

Dove ti vedi tra qualche anno?
“Nella mia terra, con la mia famiglia accanto e, magari, con nostra figlia Gaia che ci seguirà in questo nostro percorso e con la speranza che un giorno possa diventare anche il suo sogno realizzato”.