Cataldo Perri è musicista, compositore e virtuoso della chitarra battente, raffinato prodotto della liuteria calabrese. Sue le sigle di alcune trasmissioni Rai di successo. Nella sua musica si svela l’anima più vera di tutto il Mediterraneo

di Valerio Strati

La sua musica racconta la Calabria con profondità e leggerezza e regala una visione sensibile e appassionata. Cataldo Perri, virtuoso della chitarra battente, strumento della tradizione popolare calabrese, sin dagli esordi non smette di incrociare due mestieri apparentemente differenti: il medico e il musicista. Oggi le sue note si ascoltano nelle sigle di trasmissioni Rai quali Linea Blu, Sereno variabile, Geo e Geo e Mediterraneo.
Il suo percorso da autodidatta inizia negli anni ’70, quando arrivano le prime chitarre elettriche. “Studiavo Medicina a Perugia – dice Perri – Avevo lasciato Cariati, paese natale in provincia di Cosenza, per studiare all’università e la nostalgia per la mia terra mi spingeva a ricercare le radici. Dal cibo ai suoni, a tutto ciò che mi riportava alle origini. Così ho iniziato a recuperare ballate e tarantelle dei miei luoghi suonando la chitarra. Dopo gli studi avrei facilmente trovato lavoro come medico in Umbria, ma ho scelto di tornare. Era un dovere morale e politico. Volevo dare il mio contributo alla comunità e sono riuscito a farlo come assessore alla Cultura nel Comune del mio paese. Ero determinato a cambiare le cose”.
E ne fa molte di cose Perri. Legato alla sua terra e alle sue problematiche, si muove tra la musica, la politica e la professione di medico. Gigi De Rienzo, bassista di Pino Daniele e della band Napoli Centrale, riconosce nei suoi brani la world music, e li apprezza a tal punto da registrare con lui le musiche di Laura e il sultano. Un brano che narra le vicende di una ragazza rapita dai turchi a Cariati, nel ’500. La Rai nel ’92 acquista i diritti di Rotte Saracene, album che contiene il brano. Cataldo Perri, autore anche delle parole, ne crea uno spettacolo. Parte dal teatro Rendano di Cosenza e arriva nei teatri della Germania.
“Ho preso in mano la chitarra battente per caso, a una cena da amici – dice il musicista – e il suo suono mi è rimasto sempre in testa. Era come sentire la risacca del mare e i rumori del Mediterraneo. Finché ho deciso di comprarne una e raccontare le storie della mia terra. Ho acquistato una Nicola De Bonis, tra le migliori che esistono. In Calabria c’è un’importante tradizione di liutai. Col tempo ho sviluppato un personale modo di suonare, cosiddetto percussivo, perché percuoto col pollice la cassa. Del resto imparavo da solo e non avevo il sostegno di altri musicisti per la parte ritmica. Nel frattempo continuavo a fare il medico. Ho svolto la professione per due anni in ospedale poi come medico di base, mestiere che esercito tutt’ora. È una professione che sento profondamente. Amo regalare un sorriso di speranza alla gente. Ho raggiunto il massimale dei pazienti, molte persone le visito a casa. Il nostro è un paese piccolo e questo è ancora possibile”.
Tra l’’83 e l’84, in veste di consigliere comunale, si batte per far sì che i marocchini del suo paese, non in regola coi documenti di soggiorno, e dunque sprovvisti di libretto sanitario, fossero curati ugualmente. Una passione forte che lo anima in tutte le cose che fa. Nel 2001, ispirandosi al nonno emigrato in Argentina e mai più tornato, scrive Bastimenti. Uno spettacolo di teatro e musica con la regia di Daniele Abbado, figlio del più famoso direttore, in cui mette insieme musicisti del calibro di Mario Arcari ai fiati, Beppe Quirici al basso e Armando Corsi alla chitarra, già collaboratori di Fabrizio De André e Ivano Fossati, che incidono con Perri anche l’omonimo album.
“Per allestire questo spettacolo ho aperto un mutuo – dice Perri – Non a caso mi definisco medico per mangiare e musicista per vivere. C’erano venti archi, il gruppo musicale Agorà, l’attore Giovanni Turco e grandi musicisti noti. Nel disco c’è la storia di un nonno mai conosciuto. Che aveva deciso di non tornare. E questa vicenda mi rimbalzava in testa grazie ai racconti di mia madre: lei lo voleva in Italia, ma la sua scelta di restare lì, nonostante le pessime condizioni economiche, fu categorica. Il concept del disco è chiaramente l’immigrazione. Nei disperati di oggi vedo gli occhi di mio nonno. Abbiamo debuttato nel 2001 a Cosenza e fatto una tournée mondiale, passando da Buenos Aires e molte altre città argentine, New York, Singapore, Bruxelles e Stoccarda. Ancora sino al 2012 ci è capitato di ripeterlo”.
Nel 2011, il suo ultimo album Guellaré (piccolo bambino) riceve, dalla trasmissione Demo di RadioRai1, il premio come miglior etnodisco dell’anno. Un progetto musicale in cui mette dentro tutto il sud e le contradizioni che lo accompagnano. C’è la rabbia contro la ‘ndrangheta come la sofferenza degli sbarchi delle carrette del mare. A maggio uscirà il suo ultimo lavoro: Cataldo Perri canta Carmine Abate, in cui suona ispirandosi ai romanzi del premio Campiello crotonese. Tra le ultime performance, i reading musicali in cui suona chitarra e bouzouki e legge brani di Abate.
Ricco di idee e creatività, Perri riesce anche a ritagliarsi il tempo per scrivere. Nel 2012 pubblica Ohi dottò, un libro in cui mette a nudo pregi e difetti dei calabresi, conosciuti durante il lavoro di medico di famiglia. Malura invece è un romanzo di fantasia edito nel 2017, in cui tratta personaggi che dopo aver molto sofferto approdano alla serenità. Come a narrare di una vita in cui dolore e felicità coesistono e forse la sofferenza serve per accettare che siamo esseri finiti. Riguardo la Calabria non fa sconti. “Se i calabresi hanno frustrazione e rabbia – conclude Perri – sarebbe utile veicolarla contro i politici corrotti. Contro la ‘ndrangheta che tiene in pugno il territorio. Non occorre andare a far guerra in Iraq se prima non smantelliamo i mali nostrani. Nelle agende di ogni governo dovrebbe essere prioritaria la lotta alle mafie. I giovani dovrebbero tornare, restare e lottare. È terribile andare via col cappio al collo, perché non c’è lavoro. Andare via per scelta è tutt’altro”.

Marzo 2018